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Allergia al gatto: è possibile la convivenza senza starnuti?

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Pubblicato il: 21-05-2018
Allergia al gatto: è possibile la convivenza senza starnuti? © iStock

Sanihelp.it - La recente morte di una donna torinese a seguito di un grave attacco d’asma, e non per shock anafilattico come erroneamente riportato dalla stampa, verificatosi mentre spazzolava il gatto rende necessario fare chiarezza.  Tra gli allergeni inalanti di origine animale, quelli del gatto hanno particolare importanza nei Paesi occidentali come causa di allergopatie respiratorie, in particolare di asma bronchiale: la frequenza di sensibilizzazione varia negli atopici tra il 10-15% dell’ Europa e il 36% degli USA. 

L’allergia al gatto può provocare rinite allergica, starnuti frequenti, occhi arrossati e pruriginosi, lacrimazione e in alcuni casi orticaria da contatto. Può anche causare asma bronchiale, con i sintomi tipici di difficoltà respiratoria, respiro sibilante, tosse. È importante sapere che i sintomi di questa allergia possono manifestarsi anche dopo lunghi periodi di convivenza con un gatto. 

In realtà il termine allergia al gatto è improprio, così come allergia al pelo di gatto: il fattore scatenante, infatti, è l’allergene Fel d1, che ha origine nelle ghiandole sebacee del felino e nella sua saliva. Questo allergene è presente sul pelo e nella sua saliva e viene rilasciato in grande quantità nell’ambiente, indipendentemente dal livello di pulizia dell’animale.

Le sue dimensioni ridotte e la particolare stabilità ne rendono possibile il trasporto e la diffusione passiva, principalmente attraverso gli indumenti e i capelli anche in ambienti non direttamente frequentati dall’animale. Uno dei fenomeni più caratteristici degli allergeni di derivazione animale è la possibilità per i soggetti sensibilizzati di sviluppare uno stato più o meno completo e duraturo di tolleranza immunologica senza manifestare disturbi.

L’esposizione costante ad alte dosi di allergene, che si verifica nella convivenza con uno o più animali dalla prima infanzia, sembrerebbe indurre lo sviluppo di tolleranza, che spesso però risulta molto labile. Le situazioni a rischio, con il possibile manifestarsi di sintomi anche gravi, infatti, possono essere diverse: l’arrivo in casa di un nuovo animale in aggiunta a uno o più già presenti, l’esposizione a un animale diverso dal proprio, ma anche l’allontanamento del soggetto sensibilizzato anche per un breve periodo dall’ambiente di vita o un cambiamento nelle abitudini.

L’equilibrio determinato da questo tipo di tolleranza immunologica è instabile e spesso può mascherare uno stato di iperreattività bronchiale latente, anche di notevole gravità, che mette a rischio il soggetto di crisi asmatiche importanti, specie quando intervenga un altro fattore scatenante, come uno stress acuto, un’infezione respiratoria o l’esposizione ad altri allergeni, come i pollini durante la stagione critica. Questo può spiegare perché l’allergia al gatto va sempre considerata una possibile causa di reazioni asmatiche gravi, anche a rischio di vita, come la recente cronaca ha tristemente dimostrato.

L’estrema diffusione dell’allergene di gatto e del ruolo sensibilizzante di un'esposizione discontinua a dose bassa-moderata rendono difficile attuare misure preventive valide. Numerosi studi condotti nelle abitazioni di persone asmatiche, utilizzando misure preventive analoghe a quelle utilizzate per l’acaro, non hanno ottenuto riduzione significativa dell’allergene di gatto, né miglioramenti clinici. Le proprietà insite nel Fel d1 e la sua capacità di legame con particelle più piccole lo rendono capace di mantenersi disperso in aria per lungo tempo. Anche i tentativi di intervento più aggressivi proposti in passato, quali il lavaggio regolare dell’animale, pur di non ricorrere all’allontanamento, si sono dimostrati insufficienti per gli allergici con sintomi respiratori più importanti.

Ciò rende importante rivolgersi a uno specialista allergologo per individuare la giusta terapia: la terapia iposensibilizzante è l’unica in grado di indurre una reale tolleranza immunologica. L’Immunoterapia per via sublinguale, per esempio, si è dimostrata efficace e garantisce una assoluta sicurezza. L’immunoterapia allergene-specifica, affiancata alle cure farmacologiche adeguate alla gravità dei sintomi respiratori, rappresenta l’unica possibilità per il malato che non voglia rinunciare alla convivenza con l’animale. 



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Associazione Allergologi Immunologi Territoriali e Ospedalieri

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