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Non è vero che contengono cellule animali

Protesi seno, verità e bugie

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Pubblicato il: 06-06-2018

Protesi seno, verità e bugie © iStock

Sanihelp.it - L’intervento di mastoplastica additiva è quello maggiormente eseguito in Italia (dati ISAPS, International Society of Aesthetic Plastic Surgery, 2016) e in molti Paesi del mondo. Le protesi che vengono utilizzate per aumentare il volume del seno, però, sono ancora poco conosciute ed oggetto di falsi miti. «Nelle scorse settimane si è scritto della possibilità di realizzarle senza cellule provenienti dai suini – dice Marco Klinger, professore di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica all’Università degli Studi di Milano -.  Lo scopo sarebbe stato quello di renderle utilizzabili anche dalle pazienti islamiche, ma in realtà nelle protesi non ci sono cellule di derivazione animale». Ad aver creato l’equivoco sono invece le matrici dermiche impiegate nella ricostruzione post-tumore, le cosiddette ADM. «Le ADM in effetti contengono cellule suine o bovine – dice ancora Klinger -. E per questo oltre che dalle pazienti di religione musulmana, possono risultare poco gradite anche dai vegetariani e dai vegani». A che cosa servono? A rendere più robusti i tessuti che circonderanno la protesi, evitando che queste risultino troppo visibili o addirittura finiscano col perforare la cute. «Le ADM, che si possono immaginare come fogli, vengono utilizzate nella ricostruzione mammaria e sono particolarmente utile nelle mammelle irradiate, che in seguito ai trattamenti oncologici presentano tessuti di rivestimento molto sottili e poco vitali», dice ancora Klinger.

Rottura, un pericolo non... pericoloso

Le protesi in silicone moderne e di buona qualità sono realizzate in gel coeso di silicone. Quindi, anche nel raro caso di rottura, il silicone rimane lì e viene facilmente eliminato dal chirurgo sostituendo la protesi, senza rischi per la salute. Nei casi allarmanti del passato, per esempio quello delle protesi PIP, non è stato utilizzato silicone per uso medico, ma industriale, che ha caratteristiche fisiche completamente differenti.

Tonde o anatomiche?

Le protesi si possono dividere in due grandi tipologie, tonde e anatomiche. Le tonde sono perfettamente circolari, simili a dei pani arabi; quelle anatomiche, anch’esse circolari, hanno un profilo che ricorda la forma della pera, con il polo inferiore più pieno.«Ultimamente si assiste a una generale diffusione di quelle tonde, perché non c’è il rischio, per esempio a fronte di movimenti che coinvolgono i muscoli pettorali, che la protesi rotei su se stessa e si sposti all’interno della tasca che la contiene, dando al decolletée un effetto poco naturale». «Ovviamente - sottolinea Klinger - questo non vuol dire che una paziente a cui sono state impiantate protesi anatomiche si debba sottoporre a un intervento per cambiare dispositivi, perché questi non sono più sicuri. Semplicemente, le preferenze attuali sono determinate da una valutazione di comodità nel corso degli anni per la paziente e dalle caratteristiche delle nuove protesi tonde, oggi maggiormente proiettate rispetto al passato».

Protesi e ALCL

Il Linfoma Anaplastico a Grandi Cellule ALCL è una rara forma di Linfoma non-Hodgkin (NHL) che si sviluppa a carico dei linfociti T del sistema immunitario. Nel 2011 l’agenzia america Food and Drug Administration ha rilevato casi di ALCL, che si può sviluppare in qualsiasi parte del corpo, in corrispondenza del tessuto che circondava le protesi mammarie. Sono stati così individuati i Breast Implant Associated ALCL, BIA-ALCL, cioè i casi di linfoma anaplastico a grandi cellule in pazienti portatrici di protesi mammarie.

Come si legge sul sito del Ministero della Salute, «Attualmente, a fronte di oltre 10 milioni di protesi mammarie impiantate, il numero di casi di BIA-ALCL resta estremamente basso e non offre dati statisticamente significativi che possano mettere in correlazione l’impianto con l’insorgenza di questa nuova patologia. La mancata significatività dell’esiguo numero di casi riportati in letteratura scientifica, non può tuttavia esimere dal continuare a studiare questa patologia emergente al fine di definire meglio la reale frequenza, cause, aspetti clinici, decorso, prognosi e trattamento».

Un intervento completamente taylor made

Spesso le donne che si rivolgono al chirurgo plastico per un aumento del seno soffrono di un’anomalia mammaria di cui non sono consapevoli. «Sulla rivista Aesthetic Plastic Surgery nel 2016 è stato pubblicato un mio articolo basato sulla casistica di 1.600 donne, visitate tra il 2009 e il 2014 – dice Klinger -. Analizzando le immagini pre-operatorie, ci siamo resi conto che circa il 49% delle donne che volevano sottoporsi a un intervento di mastoplastica additiva presentavano in realtà seni stenotici, cioè stretti. In questi casi la mammella non si sviluppa normalmente ma è come se fosse costretta. Il risultato è una forma molto diversa da quella conica corretta». In queste pazienti, sempre più numerose, l’intervento di aumento richiede grande competenza e accuratezza tecnica e non il semplice impianto di protesi. Ogni caso è diverso dall’altro e, più che mai, va studiato individualmente. Innanzitutto, infatti, bisogna posizionare correttamente il solco mammario, che in queste donne risulta troppo alto, e allargare la base della mammella. Nella correzione delle anomalie l’impiego del grasso autologo, cioè prelevato da piccoli depositi della paziente stessa, è di fondamentale importanza. Oltre a rendere più naturali forme e volumi, creando la forma conica corretta e naturale, il grasso è fondamentale per sciogliere i tessuti fibrosi che sono alla base delle anomalie mammarie.



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intervista a: Dr. Marco Klinger

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