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Tumori: prevenzione e terapie

Atezolizumab contro cancro al seno aggressivo: c'è risposta

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Pubblicato il: 23-10-2018

Per la prima volta un farmaco immunoterapico mostra un chiaro beneficio nel cancro al seno nella forma più difficile da trattare


Atezolizumab contro cancro al seno aggressivo: c'è risposta © iStock

Sanihelp.it - Il cancro al seno triplo negativo, che non risponde alla terapia ormonale o ai farmaci anti-HER2, può essere trattato con un farmaco immunoterapico. Sono i risultati dello studio Impassion130, presentati a Monaco di Baviera al congresso della Società europea di oncologia medica e pubblicati in contemporanea sul New England Journal of Medicine.

Il tumore al seno triplo negativo è la forma più aggressiva di tumore al seno, è relativamente raro (15-20% dei pazienti), ma colpisce più frequentemente pazienti in giovane età. Quando sopraggiungono metastasi, la sopravvivenza media è di 12-15 mesi.

Viene chiamato triplo negativo perché le cellule cancerose non hanno recettori per gli ormoni estrogeni, per i progestinici e per la proteina HER2 e quindi non può essere curato con i farmaci che hanno questo tipo di bersaglio.
Speranze arrivano dalla combinazione di un farmaco immunoterapico con la chemioterapia in prima linea.

Atezolizumab è un anticorpo che agisce sul sistema immunitario interferendo con la proteina Pd-L1, inibendola può attivare le cellule T e ripristinare la loro capacità di scoprire in modo efficace le cellule tumorali e di attaccarle. I risultati dello studio dimostrano una significativa estensione in termini di sopravvivenza media rispetto all'utilizzo della sola chemioterapia: 25 mesi nelle pazienti trattate con la combinazione terapeutica. 

«Questi risultati sono di particolare importanza perché costituiscono una documentazione molto solida, che deriva da uno studio randomizzato e controllato di efficacia, dell’aggiunta di un modulatore della risposta immunitaria, come atezolizumab, a una terapia del carcinoma mammario triplo negativo. I tumori mammari triplo negativi hanno una certa propensione alla infiltrazione linfocitaria che spesso si associa a un blocco dell’attività e del controllo immunologico che può essere liberato dall’aggiunta di farmaci che vanno a bersaglio PD-L1 – spiega il prof. Luca Gianni, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica del San Raffaele Cancer Center – Quanto dimostrato inserisce a pieno diritto le neoplasie mammarie nel novero, ormai molto largo, di possibili indicazioni dell’immunoterapia nel campo dei tumori. Da questo punto di vista, si tratta di una prima dimostrazione di grandissima importanza, non soltanto per il principio che viene affermato ma anche perché sostanzialmente si tratta di un vantaggio dal punto di vista della durata, del beneficio offerto dalla somministrazione di questi farmaci, soprattutto nei casi di tumori che avevano una presenza di espressione di PD-L1. Esiste comunque la necessità di valutare a distanza di tempo l’effetto sulla sopravvivenza: se si osserverà una conferma a distanza di tempo, direi che il passo potrà essere definito con buone ragioni un passo da giganti».
 



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