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Il linguaggio del malato di Alzheimer: è proprio impossibile da capire?

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Pubblicato il: 22-05-2002

Il malato di Alzheimer sviluppa in breve estrema difficoltà a comunicare con noi. Che tipo di linguaggio utilizza un malato Alzheimer e che cosa si può escogitare per migliorare la sua capacità di comunicazione?.

Sanihelp.it - La malattia di Alzheimer, causata da degenerazione delle cellule cerebrali, provoca piuttosto precocemente caratteristici disturbi del linguaggio. Il malato nel corso della patologia perde la capacità di comunicare con il mondo esterno. A questo proposito negli ultimi 20 anni si sono svolte moltissime ricerche sugli aspetti semantici, lessicali, fonologici e grammaticali del linguaggio. Un interessante approccio terapeutico, in aiuto a quello farmacologico, è quello conversazionale. I “conversazionalisti”, registrando e studiando a fondo i dialoghi tra professionista e malato, cercano di fornire utili elementi di conoscenza in campo linguistico, e di dare un contributo alla diagnosi differenziale nei vari tipi di demenza tramite l’analisi dettagliata del linguaggio. Altro scopo è mettere a punto modalità di conversazione più vicine a quelle del malato al fine di migliorare le abilità linguistiche.

Il punto chiave dell’incontro, rigorosamente a due, (malato e professionista) è dialogare con il malato senza porre domande che potrebbero generare uno stato d’ansia, ma partendo da sue osservazioni e trasformandole in punto di partenza per il discorso successivo.
E’ interessante la ricerca condotta da due medici psicoanalisti e conversazionalisti che esamina 40 conversazioni su 60 raccolte dal 1999 ad oggi. L’equipe di studiosi, dopo aver trascritto interamente la conversazione, si concentrano sui cosiddetti indicatori testuali ossia gli elementi grammaticali, lessicali e sintattici che costituiscono il linguaggio. Quello che viene esaminato è l’indice di riferimento, cioè il rapporto tra nomi e verbi all’interno di ogni frase pronunciata dal paziente. Il linguaggio del malato Alzheimer è più ricco di verbi che di sostantivi ed ha pertanto un indice di riferimento molto basso, e di molto inferiore rispetto a quello riscontrato in pazienti con nevrosi.

Il discorso dei malati di Alzheimer è inoltre ben “coordinato” ossia non compaiono errori nell’appaiare correttamente singolare, plurale, femminile e maschile; le frasi in sostanza sembrano ben formate ma non sono coerenti. I discorsi di un paziente Alzheimer sembrano illogici. Ecco perché viene classificato come in grado di conversare ma non di comunicare. Il malato parla correttamente ma non riesce a farsi capire perché non riesce a trasmettere informazioni in quanto la costruzione delle frasi è priva di logica.

L’approccio conversazionalista ha fornito risultati apparentemente significativi nell’aumentare l’indice di riferimento e nell’arricchire di parole le frasi dei malati Alzheimer. Naturalmente questi studi sono in fase iniziale, e sarà necessario attendere ancora prima di ottenere risultati pregnanti. In ogni caso, il metodo conversazionalista sembra essere un buon punto di partenza per tentare di abbattere, almeno temporaneamente ed in parte, quel muro di solitudine che separa questi malati dal resto del mondo.

Fonte: La malattia di Alzheimer, comunicare la diagnosi, Ferdinando Pellegrino, ed. Percorsi Editoriali.


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