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Sport senza rischi: ecco come fare

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Pubblicato il: 12-12-2005

A quali rischi è soggetto uno sportivo e come può difendersi? Ecco una panoramica delle malattie infettive particolarmente pericolose per gli atleti e le vaccinazioni.

Sanihelp.it - Lo sport e l'importanza delle vaccinazioni
Nell’ambito sportivo la prudenza non è mai troppa, soprattutto per quanto riguarda il rischio, troppo spesso trascurato, di contrarre malattie infettive. Un rischio che potrebbe rappresentare per l’atleta un impedimento, temporaneo o permanente, allo svolgimento della sua attività.

Per questo è necessario sensibilizzare gli sportivi, professionisti e amatoriali, sull’importanza della prevenzione delle malattie infettive causate da immunodepressione dovuta ad allenamento intenso. La proposta di una campagna di educazione sanitaria in ambito sportivo viene dal Coni Provinciale di Milano, in collaborazione con ProPatria e GSK.

«Per ogni sportivo deve essere previsto un programma di prevenzione che preveda la somministrazione di alcune vaccinazioni, in quanto la buona difesa immunitaria indotta dalle vaccinazioni rende un atleta meno suscettibile ai processi infettivi», afferma Marcello Ghizzo, Medico dello Sport e docente della Scuola Centrale dello Sport.

«Oltre alla vaccinazione antitetanica, antidifterica e antipertossica ogni 10 anni, sono da raccomandare quella contro l’influenza da praticare ogni anno e contro pneumococco ogni 5 anni, e quelle contro l’epatite A e B, che forniscono protezione per tutta la vita», aggiunge Fabrizio Pregliasco, Ricercatore all’Istituto di Virologia dell’Università di Milano.
«Lo sportivo più giovane dovrà inoltre avere praticate le vaccinazioni obbligatorie (antipolio, antitetanica, antidifterica, antiepatite B) e raccomandate (antiemophilus, antipneumococcica, antipertosse, antimorbillosa, antirosolia, antiparotite, antimeningococcica e antivaricella) dell’infanzia, rispettando i tempi previsti».

Vediamo nel dettaglio quali sono le situazioni di rischio a cui sono soggetti gli atleti e le relative vaccinazioni. Antitetanica
La legge 292 del 5/3/1963 rendeva obbligatoria per tutti gli iscritti alle Federazioni del CONI la vaccinazione anti-tetanica. Per essere efficace, il vaccino deve essere praticato in tre dosi iniziali (la seconda a distanza di 6-8 settimane dalla prima, la terza entro un anno dalla seconda). Al ciclo primario di base, praticato oggi con le vaccinazioni obbligatorie nell’infanzia, devono seguire dosi di richiamo ogni 10 anni per il resto della vita.

Il tetano si può contrarre entrando in contatto con le spore della malattia. Le spore sono diffuse nel terreno e lo sportivo può introdurle accidentalmente attraverso ferite o piccole sbucciature della pelle. Sono più pericolose spesso le ferite piccole e che sanguinano poco, la spora infatti si riproduce nelle condizioni nella quali non vi è presenza di ossigeno, quindi ferite chiuse come quelle provocate da piccoli oggetti appuntiti, chiodi, spine. Antidifterica e antipertossica
Si tratta di un vaccino trivalente. È raccomandato negli sportivi di tutte le età, così come alla popolazione generale, perché è stato dimostrato che il titolo anticorpale contro il germe della difterite tende a diminuire con l’età.

La vaccinazione antidifterica è obbligatoria in Italia dal 1937 ma è opportuno effettuare dei richiami ogni 10 anni come per la vaccinazione antitetanica. La difterite, a differenza del tetano, non è più presente nel nostro paese.
Tuttavia, nei Paesi dell’Europa Orientale si sono recentemente verificate delle epidemie, è pertanto necessario che i viaggiatori che si recano in questi paesi siano protetti.

Per quanto riguarda la pertosse, un richiamo periodico vaccinale è consigliato anche a coloro che non si sono mai precedentemente vaccinati perché è stato dimostrato che anche con la vaccinazione antipertossica degli adulti è possibile limitare la circolazione del germe della pertosse e proteggere così ancora di più i bambini nei confronti dei quali la malattia è particolarmente pericolosa. Antinfluenzale
I virus influenzali si trasmettono per via aerea in occasione di: contatto diretto tra le persone, affollamento dei locali, atmosfera calda e secca dei locali riscaldati e con aria condizionata.

Il rischio per lo sportivo è rappresentato dalla frequenza di palestre, piscine e impianti sportivi in genere ove, nei periodi epidemici, si possono trovare molti portatori anche sani.
La pratica dello sport all’aria aperta, con il freddo, la pioggia o la neve, provoca il raffreddamento della superficie corporea con conseguente indebolimento dell’organismo e facilitazione della penetrazione dei virus. L’ambiente caldo e secco rende le mucose dell’organismo (in particolare quella orale, nasale e dell’apparato respiratorio) più fragili e meno resistenti nei confronti della penetrazione dei virus influenzali.
Diventa pertanto particolarmente difficile anche per lo sportivo sottrarsi a una malattia così infettante.

La vaccinazione anti-influenzale deve essere praticata prima dell’arrivo dell’epidemia ed è consigliata quindi già da inizio di ottobre, appena il vaccino è disponibile. È bene iniziare la vaccinazione richiedendo il vaccino al distretto sanitario dell’ASL per gli ultra 65 anni o al proprio medico curante. Si tratta di un’iniezione intramuscolare nel deltoide.
Gli effetti collaterali sono prevalentemente locali con dolore nella zona di inoculo, entro 10 giorni dalla somministrazione può comparire febbre.

Se lo sportivo non è mai stato vaccinato prima, la massima protezione si ottiene con la somministrazione di due dosi, la seconda a distanza di un mese dalla prima.

Ogni anno possono cambiare i principali ceppi virali patogeni e quindi per questo motivo bisogna praticare ogni anno la vaccinazione perché diversi sono gli antigeni presenti nel vaccino.

Negli sportivi più anziani o in quelli che sono più a rischio è raccomandata anche la vaccinazione antipneumococcica. Il vaccino può essere praticato assieme a quello antinfluenzale ed offre protezione per 5 anni, dopo tale periodo va effettuata la vaccinazione di richiamo. Anti-epatite A
Il virus dell’epatite A si trasmette per via oro-fecale e pertanto la malattia si può contrarre consumando alimenti contaminati (frutti di mare, verdura) che non sono stati cotti, bevendo acqua infetta o per contatti interpersonali stretti (per esempio, rapporti omosessuali).
Un altro rischio è rappresentato dai viaggi in regioni o paesi ove la malattia è altamente endemica. Lo sportivo rischia soprattutto quando si può trovare a consumare alimenti come frutti di mare e verdure in ristoranti con condizioni igienico sanitarie insufficienti o che sono approvvigionati con alimenti contaminati.

Contro l’epatite A come per l’epatite B non vi sono farmaci, la malattia (anche se raramente) ha un andamento ingravescente, può debilitare molto il fisico e rende sempre necessaria la sospensione di ogni tipo di attività sportiva non solo quella agonistica. La malattia ha un’ incidenza molto maggiore nelle regioni meridionali e colpisce soprattutto i maschi.

Il vaccino anti-epatite A è costituito da virus ucciso inattivato. È consigliato a tutti gli sportivi, specialmente a quelli con età inferiore ai 40 anni perché, essendo cambiata l’endemicità da alta a intermedia, nel nostro paese oggi l’HAV può colpire specialmente i giovani che hanno avuto meno occasioni di venire a contatto con il virus in età pediatrica. La via di somministrazione è quella intramuscolare, preferibilmente nel muscolo deltoide. Il ciclo vaccinale completo è costituito da due dosi praticate a distanza di 6-12 mesi una dall’altra. L’efficacia inizia due settimane dopo la prima dose e raggiunge una copertura del 99% dopo 4 settimane. La durata dell’immunità è per lo meno di 20 anni dopo la dose di richiamo.

Non vi è limite di età alla somministrazione del vaccino. Per i bambini fino a 10 anni è prevista una formulazione pediatrica. Non sono stati osservati effetti collaterali importanti. Rari gli effetti collaterali sistemici aspecifici (cefalea, astenia, nausea), talvolta è presente dolore nel punto di inoculo. Non esiste incompatibilità con altre forme di immunizzazione. Anti-epatite B
L’epatite B è più frequente nei maschi e nella fascia di età 15-24 anni. Può essere trasmessa attraverso contatti sessuali con partner infetti, con il contatto con liquidi biologici (in particolare sangue) contaminati con il virus, attraverso l’uso di droghe per via endovenosa o l’utilizzo comune di oggetti contaminati (rasoi, siringhe, aghi). La vita di comunità, soprattutto se prolungata, può aumentare il rischio di infezione. La malattia può essere trasmessa anche da madre a figlio.

È bene ricordare anche che in Italia i portatori di questo virus sono mediamente il 2% della popolazione con differenze regionali che vanno dallo 0,5% al 3,7%. Anche se l’incidenza di questa malattia è in diminuzione nel nostro paese, soprattutto dopo l’introduzione della vaccinazione obbligatoria, la malattia può anche essere mortale e il rischio maggiore è la cronicizzazione con conseguente grave diminuzione della funzionalità epatica. Lo sportivo impiega parecchi mesi a riprendersi da questo tipo di infezione e in alcuni casi la guarigione completa è difficile.

La vaccinazione anti-epatite B è obbligatoria in Italia dal 1991 e viene praticata a tutti i nuovi nati. Si tratta di un vaccino ricombinante, con antigene virale inattivato. La via di somministrazione è quella intramuscolare, preferibilmente nel muscolo deltoide. La serie primaria è costituita da tre dosi, la seconda a distanza di un mese la terza a distanza di sei- dodici mesi dalla prima. L’efficacia inizia dopo la seconda dose e raggiunge il 99% dei casi. Non sono previste dosi di richiamo. Non vi è limite di età alla somministrazione del vaccino. È prevista una dose pediatrica. Gli effetti collaterali sono: reazioni locali nella zona di inoculo, moderate reazioni sistemiche con febbre, cefalea, astenia e sintomi gastrointestinali. Non esiste incompatibilità con altre forme di immunizzazione.

La strategia di protezione doppia contro l’HAV e l’HBV utilizzando un unico vaccino combinato comporta per gli sportivi i seguenti vantaggi:

  • maggiore praticità nell’uso sia per il paziente che per il medico
  • minore numero di iniezioni
  • semplicità nella somministrazione
  • maggiore accettabilità da parte degli sportivi, o dei loro famigliari, rispetto ai due cicli di vaccinazione separati
  • risparmio economico.



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Redazione Sanihelp.it

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