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Sport truccato o società dopata?

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Pubblicato il: 23-05-2006

Il dramma del doping nello sport è lo specchio della perdita di valori nella società globale, che valorizza l'apparire a ogni costo all'insegna del «tutto e subito».

Sanihelp.it - Anch'io, nel mio piccolo, sono dopata. Per alcuni mesi, durante una dieta dimagrante, ho usato regolarmente un diuretico inserito nell'elenco delle sostanze vietate dal Comitato mondiale antidoping.
Non sono un'atleta e non lo usavo per migliorare le mie prestazioni o per diluire i campioni di urina, ma il farmacista che me l'ha sempre venduto senza ricetta e senza controlli non poteva certo saperlo. Eppure, nessuna domanda.

Questo episodio, forse banale nella sua singolarità, dimostra quella che invece è una realtà preoccupante a livello complessivo: il doping è un problema sottovalutato, ignorato come situazione di nicchia anche se di nicchia non lo è per nulla.

Servizi sanitari, comunità di recupero e mezzi di informazione, che tanto si dimostrano attenti nei confronti delle tossicodipendenze da droghe leggere e pesanti, spesso sembrano dimenticarsi di questo cancro dello sport, che generalmente balza sotto i riflettori solo quando qualcuno, meglio se famoso, ci rimette la vita.

Archiviato il triste caso di Marco Pantani, dimenticate le vergognose rilevazioni notturne durante le olimpiadi invernali, nessuno sembra voler invece guardare al di sotto dei vertici sportivi, dove prolifera quel sottobosco di atleti non professionisti e semplici amatori che rincorrono il sogno della prestazione straordinaria con scelte discutibili di ordinaria stupidità.

E mentre la comunità globale guarda da un'altra parte, prendere qualche pillola per far crescere i muscoli o per dimagrire diventa la normalità per centinaia e centinaia di giovani, maschi e femmine, abbagliati dal mito dei Costantini e delle Veline creato dagli stessi che poi, in televisione, parlano di giustizia sportiva e di valori sani.

In parte per incoscienza giovanile, in parte sicuramente per carenza di informazione in materia, le nuove generazioni continuano a rincorrere l'ideale del corpo perfetto e della resa sportiva con il minimo sforzo, ingorando i rischi a cui si espongono. Non raffreddori e mal di pancia, ma tumori genitali, disfunzioni ormonali, alterazioni biochimiche dell'intero organismo.

Certo, negli ultimi anni il Coni, il Ministero della salute e le federazioni sportive si stanno muovendo per intensificare i controlli antidoping e per promuovere campagne di sensibilizzazione dirette al giovani.
Dall'altra parte, però, ci sono i modelli reali: meglio essere un calciatore o una soubrette che guadagna miliardi con il proprio corpo costruito ad hoc, o fare la fame con un lavoro precario e una laurea inutilizzata in tasca?
E perchè preoccuparsi per qualche ormone illegale in palestra, quando a livello nazionale lo sport è inquinato da prestazioni truccate e squallidi giochi di potere che fatturano miliardi?

Finchè la scelta continuerà a essere questa, difficile che i messaggi a favore di uno sport pulito lascino il segno.


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Redazione Sanihelp.it

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