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Lotta al fumo: giusta anche a livello economico

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Pubblicato il: 29-05-2006

Fumare costa caro anche alle casse dello stato non solo a quelle del fumatore. Le motivazioni della lotta contro il fumo non sono solo salutiste.

Sanihelp.it - Quando si analizzano le azioni contro il fumo dal punto di vista economico i pareri sono spesso contrastanti. C’è chi sostiene che per lo stato la vendita delle sigarette è un grande affare e c’è chi invece sostiene che i costi del fumo sono nettamente superiori ai ricavi.

Il libro Il fumo in italia, prevenzione patologie e costi di Silvio garattini e Carlo La vecchia può aiutarci a chiarire una volta per tutte la situazione.

Sfogliando le pagine del volume edito da Kurtis scopriamo innanzitutto che i costi del fumo non sono solo sanitari ma anche sociali.

Quanto ai primi, anche se ci sono diverse stime, nel complesso si può ritenere che un fumatore costi:
  • l’80% in più di un non fumatore per le malattie del cuore
  • oltre il 1000% in più per il tumore del polmone
  • il 25% in più per il complesso degli altri tumori
  • oltre il 100% in più per le malattie respiratorie croniche
  • il 10% in più per le patologie ostetriche e neonatali
Queste cifre portano a un eccesso globale di costi sanitari derivanti dal fumo di sigaretta del 40%. Tradotto in soldoni, basandoci su stime fatte nel 2000 quando in Italia fumava il circa il 28% della popolazione adulta, il costo sanitario del fumo si attesta circa 5 miliardi di euro.

I costi sociali (per esempio la mortalità prematura nei fumatori comporta circa 200.000 anni/uomo persi sotto i 65 anni) si possono ritenere circa doppi rispetto ai costi sanitari e quindi dell’ordine di 10 miliardi di euro.

Anche se questi non sono dati precisi, ci danno comunque un ordine di grandezza dei costi del fumo, una cifra nettamente superiore ai 9,5 miliardi di ricavi globali da vendita di tabacco in Italia nel 2000.

Dal punto di vista economico, quindi, elevando il carico fiscale di 2,5 euro si potrebbe raggiungere il pareggio immediato tra costi e ricavi.

Questo ragionamento resta valido anche se si ipotizza un margine di errore pari al 30% in difetto (costi totali pari a 10 miliardi). Si può quindi affermare che aumentare il prezzo delle sigarette consentirebbe di aumentare le entrate fiscali per sostenere i costi sanitari e sociali e di ridurre l’abitudine di fumare soprattutto nelle fasce più sensibili alle variazioni di prezzo (adolescenti e giovani).

Va fatta una ulteriore considerazione per rendere più competa l’analisi: la diminuzione del numero dei fumatori implicherebbe un aumento della vita media e quindi del numero di anziani nella popolazione con il relativo aumento di costi sanitari e sociali. Questo, sempre secondo stime, potrebbe rendere vano a livello economico il risparmio dalla cessazione al fumo.

Ma in questo caso il problema non sarebbe più legato al fumo e in ogni caso il prolungamento della vita è un valore che va oltre quelli meramente economici.


FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Il fumo in Italia - editrice Kurtis

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