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Alzheimer, il 30% ancora senza diagnosi

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Pubblicato il: 20-04-2007
Sanihelp.it - Dopo un secolo dalla scoperta della malattia di Alzheimer, rimangono ancora molti gli interrogativi ai quali la medicina basata sull’evidenza non ha dato risposta. A questo proposito, i risultati dello studio IDEA (Innovation through Delphi for the Evaluation of Alzheimer Disease), condotto dal Gruppo di Ricerca Geriatrica in collaborazione con Novartis, ha raccolto l’opinione di esperti italiani sugli aspetti più dibattuti della gestione della malattia di Alzheimer, che oggi colpisce nel nostro Paese oltre 500.000 persone con 80.000 nuovi casi l’anno.
«L’obiettivo di IDEA», ha spiegato Marco Trabucchi, direttore scientifico del gruppo di ricerca geriatrica, nel corso della presentazione avvenuta ieri a Milano, «è quello di fornire indicazioni concrete agli operatori impegnati nella cura dei pazienti con Alzheimer. Lo studio ha voluto far chiarezza su aspetti molto specifici e oggi al centro del dibattito scientifico, come i fattori predittivi di evoluzione della malattia, l’utilizzazione di esami genetici e di neuroimaging, la valutazione della risposta ai farmaci, i risultati terapeutici ai quali mirare, i dosaggi ed il confronto fra i diversi farmaci. Tutti aspetti che hanno importanti conseguenze cliniche, ma anche sociosanitarie».

Ma quali sono i risultati ottenuti? Anzitutto i clinici concordano sulla necessità di un trattamento precoce, che può avvenire quando la diagnosi è tempestiva. 
«Ancora oggi»,  precisa Trabucchi, «nel nostro Paese il 30% dei pazienti con Alzheimer rimane senza diagnosi. A questo proposito, un ruolo importante di sensibilizzazione ed informazione spetterebbe al medico di famiglia, molto spesso il primo interlocutore nei casi di malattia».
 Un altro punto estremamente dibattuto riguarda poi l’efficacia dei trattamenti attualmente disponibili, gli inibitori delle colinesterasi, in grado di limitare la progressione dei sintomi, tra cui le capacità cognitive, tipiche dei pazienti con Alzheimer. Gli esperti ritengono che circa il 30% dei pazienti trattati con inibitori delle colinesterasi migliorano le prestazioni cognitive dopo 6 mesi di trattamento e che oltre il 40% presenta una stabilizzazione. Circa il 20% migliora e quasi il 50% presenta una stabilizzazione dello stato funzionale.
Dallo studio IDEA emerge un forte consenso nel considerare fondamentale un approccio clinico approfondito e globale, che interessi gli aspetti cognitivi, comportamentali e funzionali della malattia, accanto agli elementi socio-relazionali, al counselling alla famiglia e al trattamento delle patologie somatiche.


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Redazione Sanihelp.it

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