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Alzheimer: donne duplici vittime, come malate e come badanti

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Pubblicato il: 31-05-2007
Sanihelp.it - La demenza di Alzheimer sta diventando sempre più un fenomeno di rilevanza sociale. Nel 2000 in Italia i soggetti affetti da Alzheimer erano circa 150.000. Oggi sono 600.000. E si stimano intorno a 213.000 nuovi casi ogni anno a partire dal 2020. 

La demenza di Alzheimer è maggiormente presente nella popolazione femminile: tra gli over 65, il 7,5% delle donne ne soffre, contro il 5,2% degli uomini. Inoltre le donne sono vittime dell’Alzheimer anche in un’altra e più subdola forma. In almeno tre casi su quattro l’assistenza del malato di Alzheimer è infatti assicurata dalle donne della famiglia, che risentono molto più degli uomini degli stati depressivi, della debilitazione e dell’estraneità sociale collegati alla cura continuativa del malato.

In Italia la famiglia svolge un ruolo sociale primario e spesso unico per la cura e il sostegno di pazienti affetti da demenza. Secondo i dati provenienti da un’analisi condotta a livello nazionale sull’aiuto informale nella demenza di Alzheimer, il caregiving è prevalentemente svolto dalle donne (il 73,8%, generalmente mogli e figlie) e il loro numero cresce all’aumentare della gravità della malattia (coloro che accudiscono malati gravi sono per l’81,2% donne).
L’assistenza ai malati di Alzheimer può però avere ripercussioni negative sull’umore, sulla qualità di vita e sullo stato di salute di chi trascorre molte ore della giornata accanto a questi malati. Secondo recenti studi la maggior parte dei caregivers riporta episodi di depressione, disturbi del sistema immunitario, aumentato uso di farmaci psicotropi (che agiscono, cioè, sulla psiche dell’individuo modificandone l’umore e lo stato d’animo), disturbi del sonno e stanchezza.

Questa difficile condizione della donna può però essere alleviata con programmi di intervento specifici che riducano il carico assistenziale e forniscano un supporto morale, come per esempio incontri formativi e psicoterapia. L’attuazione di programmi di educazione mirati alla gestione dei disturbi comportamentali del paziente permette di ridurre lo stress dei caregivers, che secondo un’indagine Censis del 1999 nel 78,2% dei casi ritiene del tutto (42,1%) o quasi del tutto (36,1%) insufficienti le informazioni di cui dispone sulla malattia. Studi recenti suggeriscono inoltre che l’utilizzo di sistemi automatici di telecomunicazione possa costituire un ulteriore supporto a questi interventi formativi.


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Redazione Sanihelp.it

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