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Epilessia e dolore cronico: per i neurologi serve chiarezza

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Pubblicato il: 02-10-2007
Sanihelp.it - La differenza tra crisi epilettica ed epilessia? Secondo i neurologi è spesso poco chiara. Il tema sarà al centro del trentottesimo Congresso della Società italiana di neurologia (Sin), in programma a Firenze dal 13 al 17 ottobre. A parlarne ieri a Milano, nel corso della conferenza stampa di presentazione, è stato Ettore Beghi, responsabile del laboratorio di malattie neurologiche all'istituto Mario Negri.
«In realtà - ha spiegato il neurologo - non tutte le crisi sono la manifestazione di un'epilessia. Se è vero che una prima crisi epilettica può essere l'esordio di una malattia cronica, è altrettanto accertato che quasi un terzo dei casi rimane un fenomeno isolato». All'origine, possono esserci anche alcune malattie metaboliche, come il diabete o l'insufficienza renale acuta.
Per diagnosticare una forma di epilessia, dunque, occorre tenere sotto controllo la situazione nei due anni successivi alla crisi. É in questa fase di guardia, infatti, che nel 50% dei casi si ripresenta la malattia. In caso contrario, passato il periodo di controllo, le possibilità si riducono fino a raggiungere lo zero.
«Un esame fondamentale per la diagnosi di epilessia è l'elettroencefalogramma - ha chiarito Braghi - In caso di esito anormale, infatti, la ricorrenza della malattià risulta doppia. Ma attenzione a non trascurare anche gli esami di laboratorio».
Accanto all'epilessia, l'attenzione dei neurologi italiani si è concentrata su problematiche meno note, ma altrettanto stringenti, come quella del dolore cronico.
«I farmaci oggi disponibili riescono a fare qualcosa solo sul 30-40% dei casi - ha affermato Giorgio Cruccu, ordinario di Neurologia alla Prima Facoltà di medicina e chirurgia dell'Università romana La Sapienza - E l'Italia, confermando l'atavica resistenza governativa e dei medici all'uso degli oppiacei, è il Paese in cui se ne prescrive di meno in assoluto, solo a 9 pazienti su 100. Questo nonostante siano 15 milioni le persone che soffrono di dolore cronico».
Un positivo segnale di cambiamento in questa situazione sembra provenire dagli Stati Uniti. «Da quando negli Usa è stato stimato che circa il 30% della popolazione soffre di dolore cronico e questo ha superato le malattie cardiocircolatorie come costi globali - ha aggiunto Croccu - i governi e l'industria farmaceutica si sono resi conto del problema. In Europa solo la perdita di giorni lavorativi è stimata in 500 giorni l'anno, costando all'economia europea almeno 34 miliardi di euro».


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Redazione Sanihelp.it

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