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Rischio rivolta nelle carceri: l'allarme degli psicologi

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Pubblicato il: 17-10-2007
Sanihelp.it - A poco più di un anno dall’indulto, la situazione nei penitenziari italiani non è cambiata di molto: dopo l’uscita di più di un terzo dei reclusi, uno su 5 è tornato a delinquere.
Un ruolo troppo spesso secondario è quello dello psicologo, che dovrebbe sostenere il detenuto nella riabilitazione psico-sociale durante il periodo di reclusione. 
Nella pratica quotidiana, invece, nei 205 penitenziari italiani, operano solo 404 psicologi: 90 sonoimpiegati nel servizio nuovi giunti, ossia intervengono nel primo colloquio, 294 sioccupano dell’attività di osservazione e trattamento, che è successiva al primo intervento e solo 20 sono gli psicologi penitenziari di ruolo. A lanciare l'allarme sono il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi e l’AUPI, Associazione Unitaria Psicologi Italiana.
In ogni carcere il numero massimo di ore mensili previsto di assistenza psicologica è di 64, ma nella sostanza se ne fanno meno della metà, circa 30: questo significa meno di 12 minuti al mese per detenuto.
«Questi dati confermano come le carceri vengono ancora oggi considerate semplici luoghi di detenzione e di esclusione di cittadini dal resto della società – spiega Alessandro Bruni, presidente della Società Italiana Psicologi Penitenziari - e non uno dei posti in cui, oltre all’espiazione della colpa, è offerta la possibilità di un recupero».
Secondo una recente indagine Eurisko svolta in 25 istituti penitenziari italiani, almeno il 62% dei detenuti ha una patologia che necessita di un intervento specialistico, il 43,5% di questi ha problemi psicologici o psichiatrici, il 28,3% una malattia virale cronica, in primis l'epatite C che segnala un’incidenza del 35%, il 50% è tossicodipendente, il 15% è sieropositivo. 
A questo si aggiunge un disagio psico-sociale dilagante che colpisce praticamente tutti, dovuto anche al sovraffollamento e alle condizioni di vita degradanti delle carceri italiane.
«La tensione e il malessere dominante determinano un aumento dell’aggressività - spiega Giuseppe Luigi Palma, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi – che potrebbe portare nei prossimi anni a disordini significativi».
Non a caso, questa mancanza di dignità e di attenzione ha portato, nei primi cento giorni del 2006, a un’incidenza del 67% di casi di suicidio sul totale dei decessi.
 


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Redazione Sanihelp.it

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