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SLA: il litio rallenta la progressione

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Pubblicato il: 18-02-2008
Sanihelp.it - La ricerca italiana guadagna nuovamente la ribalta internazionale con un importante risultato ottenuto nello studio della sclerosi laterale amiotrofica (SLA). 
Grazie alla stretta collaborazione tra quattro istituti è stato dimostrato che la somministrazione di litio rallenta significativamente la progressione di questa gravissima malattia neurodegenerativa e progressiva. 

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America), apre nuove prospettive nella comprensione dei meccanismi molecolari alla base della SLA e nell’individuazione di strategie terapeutiche. 
Attualmente, infatti, non esiste una cura per la malattia e per tentare di arginarne il decorso è disponibile un solo farmaco dalla scarsa efficacia: il riluzolo. Al lavoro scientifico hanno partecipato l’Università di Pisa, l’Istituto Neurologico Mediterraneo (Neuromed) di Pozzilli, l’IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma e l’Università di Novara. Proprio la sinergia e il coordinamento tra questi istituti hanno permesso di ottenere con un unico studio un risultato di grande rilevanza sia in campo preclinico sia clinico.

Il trial clinico è stato condotto su un piccolo numero di pazienti, con risultati molto incoraggianti; ora dovrà essere confermato da uno studio più ampio. I ricercatori hanno anche indagato i meccanismi cellulari e molecolari alla base dell’efficacia terapeutica del litio. Utilizzando un modello murino di SLA e sistemi in vitro di cellule neuronali e linee cellulari hanno dimostrato, per la prima volta, che nella SLA l'autofagia (autodigestione cellulare) svolge un ruolo assai rilevante. 

Lo studio ha evidenziato, in particolare, la capacità del litio di indurre l’autofagia e di aumentare il numero dei mitocondri sia nei sistemi in vitro che nel modello murino della SLA. Non solo: è stata anche dimostrata la capacità del litio di stimolare la formazione di nuovi neuroni, diminuire la dannosa attivazione delle cellule gliali e diminuire la presenza di agglomerati proteici, molto tossici per le cellule nervose.



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Redazione Sanihelp.it

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