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Obiezione di coscienza: opportunità o problema?

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Pubblicato il: 20-03-2008

I rari numeri sul tema presentano una realtà sconvolgente: nel nostro Paese, più di sei medici su 10 non praticano l'Ivg. Ma cosa comporta questa decisione, e come va affrontata?

Sanihelp.it - Ufficialmente basterebbero circa 13 euro di ticket per la visita ginecologica, a fronte dei circa 760 spesi dalle aziende sanitarie e rimborsate dal SSN attraverso le Regioni. In realtà, invece, ottenere un’interruzione volontaria di gravidanza in Italia è sempre più difficile. E c’è già chi parla di un ritorno agli anni Settanta, quando ad abortire si andava in Inghilterra, in posti come la Leigham Clinic a sud di Londra. 

La stessa clinica che, negli scorsi giorni, ha dichiarato alla stampa di ricevere sempre più richieste di Ivg da parte di donne italiane. I motivi? Il primo è che con 780 sterline si può interrompere la gravidanza nel giro di una settimana; il secondo, che nel Regno Unito l’aborto è consentito fino alla ventiquattresima settimana. 

L’aumento delle richieste di Ivg all’estero è affiancato da quello, ancora più pericoloso, di quante fanno ricorso agli aborti clandestini. Gli stessi che potrebbero aver condotto la scorsa settimana al suicidio di un ginecologo del Gaslini di Genova, Ermanno Rossi, indagato per violazione della legge 194. 

Ma perché questa pericolosa marcia indietro verso l’illegalità? Prima ancora che da una lettura sociopolitica, la tendenza potrebbe trovare spiegazione nei numeri sull’obiezione di coscienza tra i medici, elaborati dall'Istituto superiore di sanità (Iss) nel 2005 e poi inviati al ministero della Salute per la relazione sull'applicazione della legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza. 

In Italia l’obiezione di coscienza viene esercitata dal 66,6% dei ginecologi, dal 54,1% degli anestesisti e dal 50,4% del personale paramedico. In alcune Regioni d’Italia, poi, la percentuale di obiettori tra i medici raggiunge punte del 92,6% (Basilicata) e dell’80,5% (Veneto); a livello aggregato, la maggiore concentrazione di ginecologi anti-aborto si trova al Centro Italia (70,3%), seguito dal Nord (63,5%), dal Sud (52,9%) e dalle Isole (44,3%). 

Viene da chiedersi, allora, come sia possibile per le strutture sanitarie garantire quanto sancito dalla legge 194, ovvero che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall'articolo 7 e l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8.
Un diritto inalienabile di ogni donna e di ogni paziente, che si scontra, su queste cifre, con l’altrettanto lecito diritto di obiezione di coscienza sancito dall’articolo 9. 

A tutto ciò bisogna aggiungere che, sempre secondo dati Iss, sebbene la legge 34/96 preveda un consultorio ogni 20 mila abitanti, a livello nazionale, già nel 2000, tale valore risultava inferiore del 30% (0,7 consultori ogni 20 mila abitanti), e le cifre sono in diminuzione costante. 

Questa situazione, non ostacolata dall’ala politica anti-abortista, rischia alla lunga di intaccare quello che pochi anni fa è stato salutato come un successo unilaterale: la riduzione del 79% degli aborti clandestini, passati dai 350 mila degli anni precedenti alla legalizzazione dell’aborto, ai 21 mila del 2001. 

L’8 marzo, data significativa, nel presentare il primo Rapporto sullo stato di salute delle donne in Italia, il ministro della Salute, Livia Turco, ha affrontato il tema dell’obiezione di coscienza con una proposta concreta: almeno un medico non obiettore in ogni Distretto, presente almeno 4 volte alla settimana, e mediatrici culturali in tutte le ASL a disposizione dei servizi consultoriali e ospedalieri. A quando la sua attuazione?


FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
AGI - Ministero della Salute

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