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Trombosi venosa: dalle iniezioni ai farmaci orali

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Pubblicato il: 01-06-2008
Sanihelp.it - Centocinquantamila in Europa, settantamila solo nel nostro Paese: sono i numeri, in aumento del 2% ogni anno, degli interventi di protesi d’anca. Uno dei motivi principali è rappresentato dall’invecchiamento della popolazione e dal conseguente allungarsi dell’aspettativa di vita. Il dato emerge dal Congresso Europeo di Ortopedia e Traumatologia svoltosi in questi giorni a Nizza, il più importante appuntamento per gli esperti del settore. 

Anche se praticati in condizioni di sempre maggiore sicurezza, questo tipo di interventi è associato a una elevata incidenza di trombosi venosa profonda, una condizione molto pericolosa perché può portare all’embolia polmonare, causata dal distacco del trombo che raggiunge i polmoni, ostacola la circolazione e può causare la morte. 

La malattia tromboembolica venosa o tromboembolismo venoso (TEV) è una delle patologie più comuni del sistema circolatorio. Nei paesi occidentali si calcola sia la terza malattia cardiovascolare più comune, dopo la cardiopatia ischemica e l’ictus, con un caso ogni 1.000 abitanti. Il trattamento standard per prevenirla è rappresentato dalle eparine, molecole efficaci che però presentano lo svantaggio di dover essere somministrate con iniezione sottocutanea nell’addome. 

La rivoluzione è rappresentata da formulazioni più maneggevoli, come quelle orali, che aumentano la compliance del paziente, ossia la disponibilità di accettare ed eseguire la terapia proposta dal medico. Se oggi su 100 persone in trattamento, la percentuale di quanti seguono effettivamente la terapia è del 60-70%, con la somministrazione orale si potrebbe arrivare al 90%
Una di queste nuove molecole, il rivaroxaban, non solo ha dimostrato un’efficacia uguale o superiore alle eparine, ma, a differenza di queste ultime, è monitorizzabile: un semplice esame del sangue ne determina in modo indiretto l’efficacia.


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Redazione Sanihelp.it

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