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Contraccettivi orali aumentano i rischi per cuore e vene

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Pubblicato il: 04-11-2008

Sanihelp.it - Per la prima volta uno studio clinico prende in considerazione gli effetti sulla salute derivanti dall’assunzione - per almeno due mesi - di contraccettivi di terza generazione, da parte di giovani donne (età media 23 anni) non obese, e dunque non esposte a un maggior rischio cardiovascolare dovuto al sovrappeso.

I COC, contraccettivi orali combinati di terza generazione, contengono progestinici come gestodene e desogestrel e sono divenuti il mezzo più comune di contraccezione farmacologica in Italia (94% di tutte le prescrizioni di questi farmaci).  La ricerca mette in evidenza che farmaci con questi principi attivi creano una condizione di infiammazione permanente che potrebbe favorire l’insorgere di malattie cardiovascolari e di tromboembolia venosa (formazione di coaguli nelle vene) in soggetti a rischio con familiarità per tali patologie.

Frutto di una collaborazione tra l’IRCCS materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste - Unità di Ostetricia e Ginecologia, Dipartimento di Scienze Riproduttive e dello Sviluppo - il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biomediche dell’Università di Udine e il Drexel University College of Medicine (Filadelfia), lo studio è stato pubblicato dalla rivista Obstetrics & Gynecology.

Oggi sono noti diversi marcatori biologici la cui presenza o elevata concentrazione andrebbero tenute in conto per l’attuazione di misure di prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari. Tra questi, la proteina C-reattiva (CRP) - una sostanza che segnala un’infiammazione di grado moderato, quasi sempre asintomatica e dunque difficilmente individuabile - e l’aminoacido omocisteina.
Con l’obiettivo di determinare la concentrazione ematica di questi marcatori in donne in relazione all’assunzione di COC, l’equipe del Burlo Garofolo ha preso in esame un gruppo di 277 giovani donne, 77 delle quali facevano uso di questo tipo di contraccettivi.
Significativi i risultati ottenuti: la concentrazione di CRP nelle donne che prendevano farmaci per impedire una gravidanza è risultata quattro volte maggiore rispetto alle donne nel campione di controllo. Più elevati sono apparsi anche i linfociti, cellule del sistema immunitario che con la loro presenza segnalano che è in atto una difesa da parte dell’organismo, quando non direttamente la presenza di uno stato di infiammazione.
Questi dati renderanno possibile disegnare una mappa degli eventuali gruppi a rischio per sviluppare una strategia preventiva efficace a proteggere tali soggetti dal rischio cardiovascolare.
I dati raccolti suggeriscono anche che l’uso di questo tipo di contraccettivi non provoca un aumento di omocisteina: ciò è importante perché l’omocisteina è tra i parametri che i ginecologi monitorano più frequentemente, trascurando di quantificare la CRP.

Tuttavia, i dati di laboratorio necessitano conferme dall’osservazione clinica e , come precisano gli stessi ricercatori, i possibili rischi legati all’utilizzo di questi farmaci sono ancora oggi di gran lunga inferiori ai benefici, primo fra tutti evitare una gravidanza quando le condizioni di salute non siano idonee.

FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
IRCCS materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste

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