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Guerra e psiche

Guerra significa sofferenza, morte e dolore, malattie e epidemie. I traumi psicologici che ne derivano possono lasciare tracce indelebili.

Sanihelp.it - La psicologia militare e la psicologia dell’emergenza hanno iniziato a studiare gli effetti psicologici di un conflitto e subito ci si è resi conto della varietà delle situazioni traumatiche. Sembrerà banale ma un militare vive un conflitto diversamente rispetto a un soccorritore umanitario e questi diversamente da un civile che vive nel teatro dello scontro. Gli effetti degli stimoli psicologici saranno pertanto diversi, sicuramente il caso di maggiore stress si manifesta quando si è prigionieri.

Queste differenze a livello di vissuto portano a reazioni spesso impensabili da parte dell’osservatore.

«I motivi derivano dal cosiddetto senso di agency o mastery sulla situazione traumatica», spiega il dottor Luca Pezzullo, responsabile dell’area Psicologia Militare e dell'Emergenza della rivista Psycomedia e ricercatore presso il dipartimento di psicologia generale presso l’Università degli Studi di Padova «il soccorritore ed il militare, ad esempio, si percepiscono come protagonisti attivi della situazione, mentre il civile ne è spesso vittima passiva: i processi psicologici di traumatizzazione sono infatti prevalentemente mediati dal modo in cui ci si percepisce più che dalla gravità oggettiva degli eventi in cui si è coinvolti».

Seguendo questo ragionamento quindi, il soccorritore si percepisce come quello che aiuta, con un ben preciso ruolo psicologico (di controllo, attività, etc.). Se un soccorritore si infortuna, e deve essere soccorso da altri, si ritrova improvvisamente in un ruolo passivo, che era abituato ad attribuire agli altri e non a se stesso: questo, di per sé, può peggiorare la gravità di eventuali reazioni post-traumatiche («sono passivo, non posso fare niente per tirarmi fuori da questa situazione»).

«La stessa cosa avviene per i militari fatti prigionieri», prosegue il dottor Pezzullo, «Il militare, che si può percepire come agente attivo della situazione bellica, si trova improvvisamente ad essere dipendente da altri e completamente passivo, impossibilitato a fare alcunché per cambiare la sua situazione.
Si è visto (Guerra di Corea, Guerra del Vietnam) che i militari che hanno conseguenze peggiori dalla loro prigionia sono proprio quelli che si lasciano andare completamente alla situazione, mentre quelli che passano il loro tempo studiando mentalmente vie di fuga, modalità per organizzarsi all'interno del gruppo di prigionieri, etc. (anche se poi non riescono a mettere in pratica nulla) sono quelli che ne escono psicologicamente meglio: hanno mantenuto un senso di attività, di agency e di mastery rispetto al contesto nel quale erano stati inseriti. Questo processo è così fondamentale, a livello psicologico, da risultare addirittura (relativamente) indipendente rispetto alle condizioni oggettive di maggiore o minore gravità delle privazioni o atrocità che possono subire».

Il disturbo post traumatico da stress È molto difficile definire i traumi psicologici provocati dalla prigionia. Ci sono, infatti, pochi studi e ricerche che si sono rivolte a questo tipo di prigionia e in generale risulta difficile comprendere se le conseguenze devono essere viste come la sommatoria di sintomi provocati da disturbi diversi oppure dovrebbero essere diagnosticate come un disturbo a se stante.

Le problematiche legate a questo tipo di evento sono le seguenti:

- problemi che toccano la sfera emotiva: persistenti sintomi depressivi, esplosioni di rabbia repressa ed aggressione, perdita di potenza sessuale;
- disturbi alla percezione consapevole della realtà: amnesia, dissociazione esperienziale, emotiva e sentimentale;
- depersonalizzazione: (sentirsi estranei a se stessi)
- auto-percezioni distorte: sensazioni di disperazione, vergogna, colpa, biasimo verso se stessi, auto-punizione, stigmatizzazione e solitudine;
- alterazioni nella percezione del carceriere: adozione di convinzioni distorte, paradossali manifestazioni di gratitudine, idealizzazione del carceriere e adozione del suo sistema di valori e convinzioni (sindrome di stoccolma);
- relazioni con gli altri: isolamento, chiusura in se stessi, incapacità ad avere fiducia,
- modifiche dei sistemi intenzionali: perdita della speranza, della fiducia e dei valori fondamentali, sentimento di disperazione;
- esasperazione del sentimento di disperazione: pensieri suicidi;
- somatizzazione: problemi persistenti all’apparato digestivo, dolore cronico, sintomatologia da difficoltà cardiache

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di Redazione Sanihelp.it 
Fonte: www.psychomedia.it
Tags:  psicoterapia debriefing emdr ditrubo trauma stress prigionia guerra
Revisione: 30-06-2009

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