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Linfoma Non-Hodgkin: crescono i numeri

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Pubblicato il: 19-02-2009
Sanihelp.it - Nel secondo Meeting Educazionale Post-ASH (American Society of Hematology), patrocinato dalla Società Italiana di Ematologia, si è discusso del linfoma Non-Hodgkin (LNH) che, con 12.000 nuovi casi ogni anno in Italia, sarà tra vent’anni la neoplasia più diffusa a livello mondiale.

I farmaci biologici, come gli anticorpi monoclonali, rappresentano una svolta nella terapia: colpendo con precisione solo le cellule malate senza danneggiare quelle sane, costituiscono delle importanti realtà per i pazienti. Tra questi, rituximab si conferma lo standard terapeutico per il trattamento del LNH.
Come spiega il Professor Angelo Michele Carella, Direttore della Divisione di Ematologia - A.O.U. San Martino di Genova: «Il linfoma Non-Hodgkin colpisce prevalentemente gli adulti in una fascia di età compresa tra i 45 e i 70 anni. Il 55% delle diagnosi sono di tipo aggressivo o a crescita rapida; il 45% invece sono forme indolenti, a sviluppo lento. Oggi la terapia si è avvantaggiata dell’introduzione del rituximab in associazione con la chemioterapia e, recentemente, una svolta di grande rilievo è stata data dalla dimostrazione del ruolo che la terapia di mantenimento con rituximab può avere nei pazienti con questo tipo di linfoma».

Rituximab inoltre ha recentemente ricevuto parere positivo in Europa per il trattamento di prima linea della leucemia linfatica cronica (LLC). In tutto il mondo, l’incidenza della leucemia nelle sue varie espressioni cliniche è in continuo aumento. Commenta Pier Luigi Zinzani, Professore Associato di Ematologia all’Università di Bologna: «Rituximab, oltre a essere un caposaldo nel trattamento di prima linea del linfoma non-Hodgkin si è dimostrato anche il farmaco ideale nel trattamento della leucemia linfatica cronica. I risultati dello studio CLL-8 si aggiungono a evidenze scientifiche crescenti che sottolineano il ruolo di primo piano che rituximab rivestirà nella gestione di questa patologia, che rimane, a oggi, una malattia potenzialmente fatale e incurabile. Sulla base di questi risultati possiamo affermare che questo tipo di trattamento ha aperto nuove frontiere nell’approccio terapeutico, migliorando la qualità di vita e l’aspettativa di vita del paziente».


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Meeting ASH

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