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Derivato di una pianta per epatite C resistente ai farmaci

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Pubblicato il: 23-02-2009
Sanihelp.it - Da una sostanza naturale, utilizzata come antidoto nell’avvelenamento da Amanita phalloides, nuove speranze per la cura dei pazienti colpiti da epatite C che non rispondono alle terapie attualmente in uso, cioè l’associazione interferone peghilato e ribavirina. Si chiama silibina ed è un derivato del cardo mariano con potenti proprietà antiossidanti e antifibrotiche, a cui, fin dagli anni ’70, è stata riconosciuta la capacità di ridurre la mortalità in pazienti con cirrosi.

Il lavoro, pubblicato nella rivista Gastroenterology dal gruppo di Peter Ferenci del dipartimento di Gastroenterologia ed Epatologia dell’Università di Vienna, indica che la silibina in formulazione iniettabile e.v. ha mostrato, quando somministrata alla dose di 15-20 mg/kg/die per 14 giorni, buona tolleranza ed efficacia antivirale nei pazienti non-responders colpiti da virus dell’ epatite C.
I dati epidemiologici mostrano che la sopravvivenza a cinque anni delle persone affette da cirrosi è del 90%, ma scende al 70% se il paziente non controlla la dieta e, addirittura, al 30% se quello stesso soggetto ha disfunzionalità epatica.

Se la malattia epatica è ancora in fase iniziale, un semplice cambiamento dello stile di vita, un’alimentazione equilibrata, un aumento dell’attività fisica e l’eventuale utilizzo di prodotti antiossidanti possono rallentare il danno epatico. Il fegato grasso, o steatosi epatica, è invece una condizione patologica che interessa oltre 20 milioni di italiani.

L’efficacia di sostanze ad azione antiossidante sulla riduzione della steatosi epatica è ormai riconosciuta universalmente. In uno studio italiano recentemente pubblicato sul Journal of Medical Virology, condotto all’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara dal gruppo del prof Jacopo Vecchiet in pazienti con infezione cronica di epatite C, l’associazione di silibina (estratto purificato dal cardo mariano), fosfolipidi e vitamina E, componenti naturali di Realsil, ha dimostrato effetti antinfiammatori, antiossidanti ed epatoprotettivi, in grado cioè di depurare il fegato e rallentare il danno epatico.

Con il risultato di neutralizzare l’eccesso di radicali liberi, elemento scatenante e principale causa dei successivi processi degenerativi e dei danni spesso irreversibili al fegato per cause varie, quali l’abuso di alcol ma anche terapie farmacologiche croniche, virus, agenti tossici ambientali e diete non bilanciate.


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Ibi-Lorenzini

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