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Arrivano gli occhi bionici un chip per riavere la vista

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Pubblicato il: 02-10-2001

Una “retina bionica” per curare la cecità consistente in un microchip che spedisce segnali elettrici al cervello, è stata impiantata la scorsa settimana nell'Illinois su tre pazienti colpiti da retinite pigmentosa.

Sanihelp.it - ROMA, Una "retina bionica" per curare la cecità consistente in un microchip che spedisce segnali elettrici al cervello, è stata impiantata la scorsa settimana nell'Illinois su tre pazienti colpiti da retinite pigmentosa, una patologia genetica che provoca la progressiva degenerazione della retina spesso fino alla cecità completa, e per la quale oggi non esistono cure.
Ad effettuare l'operazione su due fratelli gemelli di 72 anni e su un terzo uomo di 59 anni è stato lo stesso gruppo di ricercatori che l'anno scorso eseguì per la prima volta l'avveniristico intervento.
La notizia dell'intervento è stata resa nota solo oggi e i clinici non si sono ancora pronunciati sul suo esito poiché sarà necessario attendere almeno due o tre mesi per accertarsi che non vi siano rigetti e soprattutto per sapere fino a che punto i malati hanno riacquistato la capacità di vedere.
Ma i positivi risultati dell'operazione precedente, grazie alla quale è stato possibile accertare dimostrato che il microscopico processore riesce effettivamente a far arrivare i suoi impulsi al cervello, fanno sperare che il dispositivo possa superare ben presto la fase sperimentale ed essere immesso sul mercato entro pochi anni.
«Non pensiamo di riuscire a dare ad un cieco una vista perfetta», ha dichiarato Alan Chow, che ha inventato la retina artificiale assieme al fratello Vincent, «ma i ciechi potrebbero riuscire a riconoscere i contorni di un viso o a muoversi in un ambiente sconosciuto». E ha aggiunto che il nuovo intervento servirà ad ampliare la base statistica necessaria per comprendere e valutare i risultati raggiunti con le operazioni effettuate l'anno passato.
Il chip dei fratelli Chow contiene oltre 3.500 "microfotodiodi", microscopiche celle solari capaci di convertire la luce in migliaia di impulsi elettrici simulando il funzionamento della retina naturale.
Impiantando la retina artificiale dietro quella vera, in una specie di sacca che protegge il processore, i fotodiodi ricevono il massimo della luce e spediscono i segnali elettrici attraverso il nervo ottico direttamente fino al cervello, che li interpreta come immagini.
L'obiettivo è quello di sostituire le cellule fotosensibili del paziente distrutte dalla degenerazione, cioè i coni e i bastoncelli che si trovano sul fondo dell'occhio, e al tempo stesso stimolare quelle ancora funzionanti.
La retina artificiale è larga un paio di millimetri e spessa meno di un capello, e poiché viene alimentata dalla luce non ha bisogno d'essere collegata a congegni esterni.
Il dispositivo, che non può essere usato per le forme di cecità dovute a traumi, a glaucomi o al diabete, è stato progettato per curare due patologie dell'occhio molto gravi, la retinite pigmentosa e la degenerazione maculare, un'analoga forma di deterioramento delle cellule retinali che si manifesta dopo il quinto decennio di vita.
Assieme, le due malattie rappresentano la prima causa di cecità in età adulta.


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Redazione Sanihelp.it

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