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Dopo l'infarto crescono ipertesi e obesi

Sanihelp.it - La prevenzione cardiovascolare resta tuttora sottovalutata, anche in chi ha già avuto un segnale importante come un infarto. Lo dimostra l’indagine condotta dalla Società Europea di Cardiologia (ESC) Euroaspire, che ha analizzato i fattori di rischio in questi pazienti: gli ipertesi sono passati dal 58 al 61%, quelli in sovrappeso dal 77 all’83%, gli obesi dal 25 al 38%. L’unico, debole, miglioramento riguarda i fumatori scesi dal 20 al 18%. Questo nonostante si tratti di persone particolarmente fragili, seguite con farmaci come antiipertensivi e statine, impiegati in dosi sempre maggiori.

È la chiara dimostrazione che si deve investire di più su stili di vita, informazione e organizzazione del sistema, argomenti al centro del  recente Convegno internazionale La prevenzione delle malattie cardiovascolari di Pietrasanta.

Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte nel nostro Paese, con il 42% dei decessi. Ma eventi come ictus e infarto, quando non sono letali, rappresentano un’importante causa di disabilità, con una ricaduta diretta sul malato, la famiglia e l’intera comunità. Basti pensare che in Italia si contano 195.000 casi di stroke ogni anno: un terzo muore entro i primi 12 mesi, mentre un altro terzo resta invalido permanente.

Il trend delle malattie cardiovascolari è abbastanza simile in tutto il continente ma i Paesi di confine come quelli dell’Est rappresentano un importante osservatorio. Qui assistiamo a una differenza di mortalità fra chi abita in provincia e chi in città. In città è maggiore lo stress, l’inquinamento e probabilmente si conduce una vita più sedentaria. Ma in campagna non si ha la possibilità di accedere facilmente a procedure diagnostico-terapeutiche, e ciò penalizza questi pazienti più dello stile di vita. Quando invece il livello di tecnologia sanitaria è generalmente buono, come accade da noi, sono soprattutto questi a pesare.

L’accesso alle cure è essenziale: esistono dati che dimostrano come il ricovero in stroke unit, aree di degenza dedicate alla diagnosi e cura dell’ictus in fase acuta, riesca a ridurre mortalità e disabilità grave residua di circa il 20%. In Italia la rete di assistenza cardiovascolare è capillare, con circa 20.000 cardiologi distribuiti in tutte le regioni e una buon coordinamento fra centri di ricerca, ospedale e territorio.
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di Roberta Camisasca
Fonte: Convegno La prevenzione delle malattie cardiovascolari
Tags:  ictus infarto statine ipertensione obesità
Revisione: 30-07-2009

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