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Quando la gravidanza ha fastidiose complicazioni

Parto indotto: il bisturi sistema i problemi intimi

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Pubblicato il: 28-07-2009

Il parto indotto dai farmaci può causare un prolasso che a sua volta può generare problemi intestinali come stipsi ed emorroidi. La soluzione è un intervento semplice e sicuro.

Sanihelp.it - Stimolare il parto con i farmaci è pratica molto diffusa (avviene nel 28.9% delle nascite), ma provoca spesso, nel 14.7% dei casi, la discesa delle pareti della vagina, il prolasso genitale, che trascina verso il basso anche vescica e retto. Il prolasso del retto, a sua volta, provoca spesso gravi forme di stitichezza, incontinenza o fuoriuscita delle emorroidi, che interessa circa il 60% delle donne incinta, soprattutto quelle alla seconda o terza gravidanza. Per oltre la metà di queste il problema non rientra dopo la nascita del bambino e deve essere quindi affrontato.

Secondo uno studio condotto su 14.400 donne dal 2000 al 2007 presso l’Ospedale St. Elisabeth di Vienna, il prolasso genitale si verifica molto più frequentemente, il 47% delle volte in più, rispetto al parto non stimolato (in questo caso la percentuale di prolassi è del 10%). Può accadere anche in caso di parto cesareo, ma molto meno frequentemente (4.6%).

Nello studio PELVI Donne per le Donne, realizzato in sei strutture italiane per studiare la correlazione tra i disturbi ginecologici, colonproctologici e urologici nelle donne, è stata riscontrata una stretta relazione tra questo fenomeno, la gravidanza, l’incontinenza urinaria e rettale e la stipsi.

Oltre che alla gravidanza, questi problemi sono legati anche a cattive abitudini di vita: il 36,3% delle donne visitate ha dichiarato di consumare meno di un litro al giorno di acqua, il 63,1% non assume regolarmente fibre, solo il 30,8% fa abitualmente attività fisica, il 32,3% fa uso di lassativi contro la stipsi mentre il 27,7% utilizza clisteri o supposte.

In tutto il mondo finora i disturbi urologici, ginecologici e colonproctologici sono stati studiati separatamente, in relazione alla specializzazione del medico, non tenendo conto delle strette correlazioni che esistono in questo apparato. Così ogni anno su 400.000 donne operate 120.000 vengono poi rioperate per gli stessi problemi. Al contrario, soltanto con un approccio multidisciplinare al pavimento pelvico, che prenda in esame le relazioni tra le malattie degli organi del bacino, cioè utero, vescica e retto, è possibile curare efficacemente le pazienti.

Oggi in Italia la maggioranza assoluta degli interventi di cura delle emorroidi e dei gravi casi di stipsi si effettua con la chirurgia conservativa messa a punto proprio dal professor Antonio Longo, Presidente della SIUCP, Società Italiana Unitaria di Colonproctologia, nel 1993e oggi diffusa in tutto il mondo. Rapide e poco dolorose, queste operazioni consentono di risolvere i problemi colonproctologici legati al prolasso del retto.

«La tecnica per la cura chirurgica della malattia emorroidaria consiste nella correzione del prolasso rettale – spiega Longo – e consente di eliminare definitivamente il problema. Con un solo atto chirurgico, che dura circa mezz’ora ed è praticamente indolore, si effettua la rimozione del prolasso, il riposizionamento delle emorroidi nella loro sede fisiologica e la devascolarizzazione del tessuto emorroidario. Il ricovero dura un giorno e la convalescenza circa una settimana.

L’intervento per la cura della stitichezza si esegue in anestesia epidurale (quella del parto), non provoca quasi dolore e dura circa mezz’ora. Anche in questo caso prevede l’asportazione del prolasso rettale, che rappresenta l’ostacolo alla defecazione. La paziente esce dall’ospedale dopo due giorni e in una settimana può riprendere una normale attività. La tecnica agisce anche sulla muscolatura del perineo che viene risollevata: tutto il pavimento pelvico funziona meglio».

Sei ospedali italiani si sono già attrezzati per mettere a punto questi interventi. Si tratta di: Casa di cura San Clemente di Mantova, Arcispedale S. Anna di Ferrara, Ospedale S. Giovanni Addolorata di Roma, Ospedale M.G. Vannini di Roma, Casa di Cura Sant’Anna di Cassino (FR) e Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico di Bari.


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