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Se soffi tu soffro anch'io: uno studio romano spiega perché

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Pubblicato il: 19-10-2009
Sanihelp.it - Guardare una persona che soffre fa stare male perché attiva nel cervello dello spettatore le stesse regioni cerebrali coinvolte nel dolore provato in prima persona.
Tuttavia soltanto recentemente le neuroscienze cognitive hanno affrontato il problema di come il cervello codifica il dolore degli altri ponendo le basi sperimentali per comprendere il fenomeno dell'empatia per il dolore e dell'empatia in generale.

Per la prima volta in uno studio condotto dal Dipartimento di Psicologia della Sapienza e dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma in collaborazione con il gruppo di ricerca dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma, e appena pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience, è stato dimostrato che la risposta al dolore dell’altro non è mediata dall’attività di singole aree, piuttosto dall’attività congiunta e sincronizzata di aree neuronali diverse.

L'attività oscillatoria dei neuroni e la loro sincronizzazione nel tempo rappresentano un indice di comunicazione tra aree cerebrali anche molto distanti tra di loro. Per la prima volta, il gruppo di ricercatori di Roma ha mostrato l’esistenza di questo meccanismo nell’ambito di una funzione socialmente complessa come la comprensione dello stato affettivo e mentale generato dalla percezione del dolore altrui.

Lo studio è stato condotto su un gruppo di 12 soggetti mediante l’uso della Magnetoencefalografia (o MEG), una modernissima tecnica che rende possibile studiare i campi magnetici derivati dall’attività del cervello.

Questo risultato apre la strada a studi di potenziale interesse traslazionale. Infatti, la disfunzione nell’attività di questi circuiti potrebbe spiegare le difficoltà degli individui con scarsa reattività empatica (per esempio soggetti con disturbi dello spettro autistico).


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Università La Sapienza

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