Ridisegnata l'anatomia della mammella che allatta
Allattamento: nuove scoperte sull'anatomia del seno
Il seno non è più quello di una volta. Non stiamo parlando di invecchiamento, ma di anatomia della mammella, che oggi viene ridisegnata secondo i risultati di nuove ricerche.
Sanihelp.it - Gli studi del professor Peter Hartmann, professore di Biochimica presso la
School of Biomedical, Biomolecular and Chemical Sciences e direttore dello
Human Lactation Research Group, presentati in questi giorni a Milano hanno permesso di
ridisegnare le tavole anatomiche del seno risalenti a 1601 anni fa e fino a oggi ritenute valide.
Il professor Hartmann ha eseguito le ricerche mediante una tecnica di
imaging non invasiva mai utilizzata in questo campo, ossia gli
ultrasuoni ad alta risoluzione. Grazie a questi lavori, è stato finalmente possibile correggere alcune inesattezze e acquisire nuove conoscenze sul seno in fase di
allattamento.
Diversamente da quanto si credeva il tessuto ghiandolare, composto da ghiandole lattifere,
non è uniformemente diffuso nel seno ma si concentra in un'area ben precisa, quella del capezzolo. Il 65% del tessuto ghiandolare è infatti concentrato a distanza di 30 mm dalla base del capezzolo. In quest'area, inoltre, il tessuto adiposo presente è minimo.
Inoltre il numero di
dotti lattiferi che terminano nel capezzolo e permettono la fuoriuscita del latte durante le poppate è inferiore a quel che si credeva: sono infatti 4-18 e non 15-20.
Secondo i lavori di Hartmann, inoltre,
i cosidetti seni lattiferi non esistono. Si pensava infatti che vicino al capezzolo i dotti si espandessero in piccole sacche di raccolta di latte, poi denominati appunto seni lattiferi.
I consigli pratici forniti attualmente alle mamme per un allattamento ottimale sono basati sulla corretta posizione dei seni lattiferi all’interno della bocca del neonato. Le ricerche attuali hanno invece spostato l’attenzione sulla
giusta posizione del capezzolo nella cavità orale, in modo che il latte si raccolga in una sorta di cavità formata dall’estremità del capezzolo, dalla punta della lingua e dalla porzione dura e da quella molle della bocca del bambino.
Dagli studi è emerso anche che la dimensione e la forma del seno non sono indicative dell'anatomia interna e dunque non possono predire né la capacità di conservare il latte nei dotti lattiferi né tanto meno quella di produrlo. Le mamme con ridotta capacità di immagazzinare latte possono garantire il giusto nutrimento al loro figlio attaccando più frequentemente il bimbo al seno.
Il gruppo del professor Hartmann ha potuto studiare anche i ritmi e le tecniche di
suzione utilizzate dal neonato per stimolare al meglio il rilascio del latte e per estrarlo in maniera efficace e comoda.
Gli studi hanno confermato che
il neonato succhia il latte materno in due fasi: all’inizio velocemente per stimolare il riflesso di erogazione e successivamente, quando inizia l’emissione del latte, più lentamente, in un ciclo che alterna atti di suzione, deglutizione e respirazione.
Altri studi, basati su misurazioni ottenute con tecniche a ultrasuoni e con valutazioni della pressione che consente la fuoriuscita del latte, hanno rivelato che
i bambini estraggono il latte mediante suzione piuttosto che con movimenti peristaltici della lingua. È così possibile ottenere immagini ultrasonografiche
real-time della posizione del capezzolo all’interno della bocca del bambino e conoscere la pressione esercitata sul capezzolo, importanti per individuare eventuali difficoltà di suzione responsabili del problema dei capezzoli doloranti.
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di Roberta Camisasca
revisione: 29-06-2009
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