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Diete e malattie neurologiche

Sanihelp.it – Durante il Convegno Nutrizione, neurodegenerazione e neuroinfiammazione, organizzato  dalla Clinica neurologica del Dipartimento di Area Medica dell’Università di Udine, con il supporto di Metagenics Academy, molto si è discusso degli approcci nutrizionali più utili per contrastare l’infiammazione.

Nello specifico durante i lavori del congresso è stato evidenziato come i 35 pazienti affetti da emicrania seguiti dalla Clinica neurologica del DAME, dopo un percorso di tre mesi e una dieta chetogenica costruita su misura, hanno potuto vantare una drastica riduzione della frequenza e minore assunzione di farmaci sintomatici per un sensibile e globale miglioramento della qualità di vita.

«La dieta è stata modulata in base alle specifiche esigenze del paziente – ha spiegato durante l’evento la responsabile scientifica, Prof.ssa Mariarosaria Valente, della Clinica Neurologica dell’ASUFC e docente di Neurologia presso il DAME UniUD – Per esempio, solo a  quanti avevano anche la necessità di perdere peso è stata applicata una very low calories chetogenic diet che ha portato ad un mantenimento della massa magra e, allo stesso tempo, ad una riduzione importante di quella grassa con un netto miglioramento della composizione corporea. I dati raccolti ad oggi sono certamente confortanti e testimoniano l’indubbia efficacia di questo protocollo che dev’essere fatto solo ed esclusivamente da personale esperto e come profilassi, fino al raggiungimento dell’obiettivo prefissato».

La dieta quindi non deve essere casuale, ma costruita attentamente attorno alle esigenze di ogni singolo paziente come ha sottolineato con forza la dott.ssa Francesca Filippi, nutrizionista dell’équipe della Clinica Neurologica: «Un regime ipoglucidico, normoproteico, iperlipidico e soprattutto sartoriale da costruire sulle caratteristiche specifiche del soggetto interessato per non incorrere in pericolosi errori, tipici, soprattutto, del fai da te».

Proprio per enfatizzare i problemi connessi con il fai da te, gli esperti riuniti hanno discusso di come monitorare in maniera efficace queste diete utilizzando, per esempio, la valutazione della chetonemia, ovvero la rilevazione del numero di corpi chetonici sviluppati dal paziente in seguito a forte riduzione glucidica e utilizzati dall’organismo come substrato energetico alternativo.

«Si tratta di un parametro che si rileva attraverso prelievo di sangue e che ancora non è chiaro – ha ricordato la dott.ssa Filippi, menzionando anche gli ottimi risultati del protocollo su alcuni pazienti trattati, affetti da malattie rare – In base a quanto riportato in letteratura, per valutare se un paziente stia seguendo correttamente il regime prescritto, il numero di corpi chetonici sviluppati dovrebbe coincidere con un determinato valore numerico. Dalla nostra esperienza abbiamo invece rilevato che il successo della terapia è indipendente da questo dato».

Seguire una dieta ben precisa non è utile solo nella gestione dell’emicrania, ma anche per la riduzione dell’infiammazione nella malattia di Alzheimer, sebbene ancora in fase sperimentale nei pazienti con demenza e morbo di Parkinson.  

«Il regime chetogenico ha già dato risultati confortanti e concreti nel trattamento della Sclerosi Multipla, come confermato da »Che fatica», in corso presso la Clinica Neurologica e di Neuro riabilitazione. Si tratta di uno studio open label a singolo braccio che vede coinvolti attualmente 15 pazienti sottoposti a regime chetogenico per un periodo di sei mesi e valutati, prima e dopo la dieta, attraverso una serie di esami di laboratorio, neurofisiologici, di risonanza magnetica funzionale, di questionari e scale cliniche- ha precisato il dott. Riccardo Garbo, Specializzando in Neurologia – Dai dati preliminari di cui ora disponiamo sembra esserci un netto miglioramento in questi pazienti in particolare sul sintomo fatica e su alcuni correlati tra cui qualità del sonno, stress e tono dell’umore. Questo, verosimilmente, in relazione anche all’azione anti-infiammatoria della dieta chetogenica».

Durante il convegno si è parlato anche di altri promettenti approcci nutrizionali, strategici nella gestione delle malattie neurologiche, a partire dalla dieta mima digiuno di cui esistono già importanti evidenze soprattutto in ambito oncologico.

«Si tratta di un programma di restrizione calorica di cinque giorni, da seguire periodicamente, e basato sull’assunzione di fonti vegetali, principalmente – ha evidenziato la dott.ssa Francesca Valdemarin, nutrizionista dell’équipe della Clinico–  Questo metodo dietetico pare permettere al corpo di nutrirsi mantenendo tuttavia gli stessi effetti di un digiuno con sola acqua – Durante gli altri giorni si dovrebbe poi optare per un protocollo antinfiammatorio così da riuscire mantenere i benefici acquisiti».

A completamento del percorso, in chiusura di evento, un focus è stato dedicato all’importanza del processo di alcalinizzazione del sistema linfatico dell’organismo, attraverso un’opportuna combinazione di alimenti ed elementi naturali per il riequilibrio e la liberazione del potenziale energetico del corpo.

«Consumando alimenti che permettano di mantenere i valori del PH il più vicino possibile alla »neutralità» sarà possibile sconfiggere il senso di stanchezza e intorpidimento, avere più lucidità e sviluppare quelle performance fisiche e mentali necessarie per portare a termine i propri obiettivi e rendere più qualitativo il proprio tempo – ha spiegato Alex Viola, che ha scoperto i benefici dell’alcalinizzazione durante un periodo di allenamento tattico militare nei kibbutz in Israele – Le pratiche di questo stile di vita hanno un’origine molto antica, millenaria, e sono state tramandate nel tempo. Io le ho approfondite, raccolte e codificate per essere applicate nella vita di oggi».

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