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Un nuovo farmaco per curare l’obesità

Sanihelp.it – L’errore più grande che si possa fare è quello di pensare che per non essere più obesi basti la buona volontà, mangiare meglio e muoversi di più.

L’obesità è una patologia multifattoriale molto complessa e per mettere a punto un piano terapeutico che funzioni, occorre agire su più fronti.

A Torino, durante il recente congresso CUEM, tale tematica è stata affrontata anche alla luce dei risultati dello studio SURMOUNT-1, pubblicato di recente sul New England journal of Medicine.

Nello studio in questione sono stati coinvolti 2539 adulti di età media 44 anni.

La maggior parte donne (67,5%) e caucasiche (70,6%), con un peso medio di 104,8 kg e Indice di massa corporea (IMC) medio di 30 o superiore con una una circonferenza vita media di 114 cm.

Tutti i partecipanti avevano alle spalle una storia di obesità di 14,4 anni in media. 

 

I partecipanti sono stati divisi in 4 gruppi randomizzati, tre con un dosaggio di 5, 10 o 15mg di Tirzepatide e un placebo a cui è stata associato un intervento sullo stile di vita con pasti sani ed equilibrati e un deficit di 500 calorie al giorno.

Questa molecola, inizialmente approvata come antidiabetico dall’FDA statunitense, come le altre molecole della sua famiglia, le incretine liraglutide e semaglutide (agonisti del recettore per il GLP1)  ha evidenziato il suo ruolo potenziale nella gestione dell’e obesità.

I risultati a 72 settimane  miravano a valutare la variazione di peso rispetto al basale e l’esistenza di una percentuale di peso perso del 5% o più. 

I risultati sono stati superiori alle aspettative: i pazienti hanno avuto una perdita di peso media del 15% a 72 settimane dall’inizio del trattamento con una dose settimanale da 5 mg, del 19,5% in quelli nel gruppo della dose a 10 mg e del 20,9% in quelli assegnati al gruppo da 15 mg.

Il gruppo assegnato al placebo, invece, ha apprezzato un calo di peso di uno scarno 3,1%.

 

La Tirzepatide ha mostrato di migliorare  tutte le misure cardio metaboliche all’osservazione dei ricercatori.

Gli effetti collaterali gastrointestinali sono stati lievi o moderati e si sono verificati nella fase di aumento della dose.

Benefici sono stati osservati anche sulla misura della circonferenza vita, diminuzione della pressione sanguigna, dei livelli di insulina a digiuno e lipidi.

Al termine del trial il 95,3% dei partecipanti aveva un livello normale di glicemia (contro il 61% dei soggetti assegnati al gruppo placebo). 

L’interesse verso questa molecola, infine, è molto forte anche per via della teoria del set-point’REV, che afferma che il corpo umano cerca di mantenere il proprio peso entro un intervallo preferito. 

Nella ‘teoria del set-point’, se improvvisamente si inizia  a diminuire l’introito di calorie, il modo in cui il corpo brucia carburante (il metabolismo) rallenterà, oppure può cambiare il modo in cui assorbe i nutrienti. Come se l’organismo ‘resistesse’ al tentativo di perdere peso e tendesse all’equilibrio al quale è abituato. Questi fattori potrebbero rendere più difficile dimagrire e più facile riacquistare peso dopo una dieta. 

«L’obesità-  afferma il prof. Giustina Ordinario di Endocrinologia al San Raffaele di Milano e Co-Coordinatore del CUEM – deve oggi essere considerata a tutti gli effetti una vera e propria malattia e dobbiamo compiere il massimo sforzo perché questo sia finalmente accettato e pienamente integrato in tutte le scelte ad ogni livello Istituzionale europeo e nazionale. è la patologia cronica non trasmissibile più diffusa al mondo con circa 650 milioni di casi e porta con sé una lunga sequela di complicazioni e comorbidità: dalle malattie cardiovascolari al diabete di tipo2, che contribuiscono alla morbilità e alla mortalità precoce.  Pertanto – continua Giustina – nonostante storicamente l’approccio all’obesità conclamata si sia concentrato su approcci di riduzione del rischio basati sugli stili di vita, solo  l’avvento di terapie farmacologiche efficaci nel controllo del peso e’ destinato a cambiare la storia naturale della malattia. Infatti, le evidenze più recenti hanno svelato che dieta ed esercizio fisico innescano meccanismi contro regolatori che portano l’organismo a ‘resistere al dispendio calorico’ secondo la cosiddetta teoria del set point».

L’evidenza sul peso è emersa come evento secondario che ha dato luogo alla serendipity e quindi alla verifica della sua efficacia e sicurezza in caso di nuova indicazione. 

La sua azione su GIP e GPL-1 consente, in clonclusione, una maggiore riduzione di peso grazie all’effetto sinergico sui due recettori, rispetto alle molecole che hanno come target unico il recettore GPL-1.

 

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