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Anoressia e genetica: il legame c'è

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Pubblicato il: 15-06-2020


Anoressia e genetica: il legame c'è © iStock

Sanihelp.it - Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communication e condotto in collaborazione dalla Cornell University, dall’Ateneo di Pittsburgh e dall’Università di Firenze esiste un gene  che gioca un ruolo fondamentale nell’anoressia nervosa e che può diventare un bersaglio di farmaci che rallentino l’insorgenza o il cronicizzarsi della malattia.

Lo studio in questione si è concentrato sui meccanismi fisiopatologici che sottendono all’iperattività fisica, sintomo importante dell’anoressia nervosa che si affianca a sintomi maggiormente indagati quali la riduzione estrema dell’alimentazione e la distorsione dell’immagine corporea. 

«La riduzione del cibo – spiega lo psichiatra Valdo Ricca, che insieme ai neurologi Benedetta Nacmias  e Sandro Sorbi ha firmato il lavoro per Unifi – attiva il gene SIRT1 che scatena l’ansia, il ricorso esasperato all’esercizio fisico come strumento per perdere peso e la gratificazione derivante dal digiuno, generando così un circolo vizioso che accelera la progressione della malattia».

I ricercatori statunitensi hanno sperimentato attraverso modelli animali che l’inibizione genetica o farmacologica di SIRT1 è in grado di ritardare l’inizio o l’aggravarsi della patologia.

«Per avere un riscontro genetico ci hanno coinvolto, unica realtà italiana – commenta Benedetta Nacmias –, per fare un’indagine genetica su oltre  100 pazienti dell’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi, a conferma del ruolo chiave di questo gene nello svilupparsi della patologia. Nelle persone malate sono state effettivamente trovate delle varianti di SIRT1, non riscontrabili nei quasi 4.000 soggetti sani di controllo. Sono fattori di suscettibilità genetica, una sorta di predisposizione che conferma l’importanza cruciale di questo gene».

«La ricerca – conclude Valdo Ricca – è molto innovativa e apre alla possibilità di sperimentare trattamenti terapeutici che, agendo su SIRT1, possano modificare le gratificazioni che i pazienti traggono dall'esercizio fisico esasperato, uno dei fattori responsabili della cronicizzazione dei sintomi».



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Università di Firenze

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