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Il Parkinson e il rischio Covid

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Pubblicato il: 18-06-2020


Il Parkinson e il rischio Covid © iStock

Sanihelp.it - Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Movement Disorders e condotto presso il Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano con il contributo della Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson, le persone affette da Parkinson non sono maggiormente esposte al rischio di contrarre l’infezione da SARS-CoV-2, ma hanno espressione di sintomi, quadri clinici ed esiti di mortalità addirittura più lievi.

Gli autori del lavoro di ricerca sono arrivati a queste conclusioni dopo aver analizzato i dati relativi a 1486 pazienti afferenti al Centro Parkinson dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano con una diagnosi clinica di malattia di Parkinson e residenti in Lombardia, e 1207 familiari utilizzati come gruppo di controllo.

L’analisi ha mostrato che i tassi di COVID, gli esiti di mortalità e l’andamento dei quadri clinici sono sostanzialmente sovrapponibili tra i due gruppi.

Tra i casi di COVID accertati, sono stati individuati 105 casi tra i pazienti parkinsoniani (il 7,1%) contro i 92 casi dei controlli (il 7,6%), con esiti di mortalità, rispettivamente del 5,7% e 7,6%. Anche le manifestazioni cliniche dell’infezione sono risultate simili, con febbre, tosse e congestione nasale tra i sintomi più ricorrenti in entrambi i gruppi.

Le uniche differenze riscontrate nei quadri clinici generali sono state riferite a un minor tasso di difficoltà respiratoria e a una percentuale inferiore di ospedalizzazioni nei pazienti con malattia di Parkinson. Il primo dato è probabilmente riconducibile al fatto che i pazienti parkinsoniani possono presentare sintomi di difficoltà respiratoria indipendentemente dal COVID-19 e quindi questo elemento non è stato considerato come conseguenza dell'infezione; il minor tasso di ricoveri, invece, è presumibilmente dovuto alla propensione di gestire pazienti parkinsoniani a casa.

Lo studio ha analizzato inoltre i possibili fattori di rischio per COVID-19 nei pazienti affetti da Parkinson.

Oltre a obesità e patologie respiratorie croniche preesistenti - fattori già conosciuti e presenti anche in altre casistiche - sono emersi anche l’età più giovanile e la mancanza di supplementi a base di vitamina D.

«Tra i fattori di rischio, l’età più giovanile potrebbe essere il risultato delle misure preventive più aggressive adottate nei pazienti più anziani» – spiega Pezzoli.- Tuttavia, il dato forse più interessante ottenuto dallo studio riguarda la carenza di vitamina D3 e la mancata supplementazione di supporto come elemento di rischio. Quest’ultimo risultato rappresenta sicuramente uno spunto che merita ulteriori indagini per approfondire il significato e i potenziali effetti di bassi livelli di vitamina D3 e per prendere in considerazione l’utilizzo di una supplementazione che, solo in linea teorica fino a questo momento, potrebbe risultare come un fattore protettivo».

Dal confronto intergruppo effettuato nel corso dello studio, è infatti emerso che i pazienti parkinsoniani affetti da COVID-19 avevano una supplementazione inferiore rispetto ai pazienti che non hanno contratto l’infezione.

È noto infatti come, in generale, la vitamina D sia in grado di ridurre il rischio di infezione, attraverso una serie di meccanismi, tra i quali la riduzione delle citochine infiammatorie che si innalzano notevolmente nel caso di COVID-19.

In senso più generale, la relazione tra vitamina D e malattia di Parkinson rimane un campo di indagine ancora aperto: è infatti noto che bassi livelli di vitamina D siano in qualche modo associati al deterioramento cognitivo e allo sviluppo della malattia di Parkinson in forma più severa, anche se non si ha ancora l’assoluta certezza del suo ruolo e se essa sia una causa, o piuttosto un effetto, del deterioramento cognitivo spesso associato alla patologia.



FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano

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