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Diabete di tipo 2: anche il fegato soffre

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Pubblicato il: 16-12-2020


Diabete di tipo 2: anche il fegato soffre © iStock

Sanihelp.it - Uno studio pubblicato sulla rivista Diabetes Care e condotto presso l’università di Milano Bicocca ha evidenziato come il diabete di tipo 2 può comportare problemi al fegato anche gravi.

Il team di ricerca dell’Ateneo che opera presso il Centro di Diabetologia del Policlinico di Monza aveva già appurato, lo scorso anno, che un paziente su cinque affetto da diabete è esposto a gravi complicanze epatiche.

Dal nuovo lavoro, basato sull’analisi dei risultati di uno screening della popolazione generale condotto dal Ministero della Salute statunitense, emerge che la prevalenza di una compromissione epatica avanzata tra i pazienti americani con diabete di tipo 2 è del 20%.

Gli autori dello studio confermano che sarebbe necessario sottoporre ad uno screening del danno epatico i pazienti affetti da diabete di tipo 2.

Attualmente, questo non avviene in maniera routinaria, al contrario dello screening delle malattie cardiovascolari e renali, sia perché l’associazione tra diabete e fegato grasso è sempre stata considerata sostanzialmente benigna, sia perché richiede una biopsia epatica, diagnostica invasiva e non esente da possibili complicanze. 

«In realtà – spiega il professore Perseghin docente di Endocrinologia dell’Università di Milano-Bicocca e coordinatore dello studio in questione – non esiste un tessuto, organo o apparato che non sia interessato dagli effetti negativi del diabete. Una quota di pazienti non trascurabile può sviluppare, soprattutto se obesa, un vero e proprio processo infiammatorio del fegato che predispone all’insorgenza della fibrosi e cirrosi epatica. Lo studio suggerisce due azioni importanti: aumentare la consapevolezza degli operatori sanitari che si prendono cura del paziente affetto da diabete e quella del paziente stesso della possibile complicanza epatologica del diabete; sviluppare e validare metodiche sempre più affidabili, semplici di utilizzo nella routine clinica e poco costose da poter applicare in una popolazione di individui così numerosa come quella dei pazienti con diabete».



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Università Milano Bicocca

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