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Un disturbo fastidioso

Mamma, ho fatto la pipì a letto

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Pubblicato il: 25-05-2021

Nella giornata mondiale dell'enuresi, l'attenzione un disturbo a volte trascurato che può avere ripercussioni negative sull'autostima dei bambini.


Mamma, ho fatto la pipì a letto © istock

Sanihelp.it - E’ un problema molto comune. L’enuresi notturna, ossia dell’involontaria emissione di urina durante il sonno, in Italia, infatti, interessa oltre un milione e duecentomila bambini e ragazzini d’età compresa fra i 5 e i 14 anni.

Per sensibilizzare su tale disturbo, a volte ingiustamente trascurato ma possibile fonte di ansia, il 25 maggio ricorre la Giornata Mondiale dell’Enuresi, istituita dalla International Children’s Continence Society (ICCS) e dalla European Society of Pediatric Urologists (ESPU).

Fino ai 5-6 anni lo sviluppo del sistema urinario non è ancora del tutto completo. Prima di questa età inutile quindi preoccuparsi se il bambino bagna il letto. Dai 6 anni in avanti, però, la situazione va affrontata, rivolgendosi in primo luogo al pediatra che potrà effettuare un primo screening del disturbo e fornire alcuni suggerimenti per gestirlo.

«L’enuresi è nota da secoli e consiste nella perdita involontaria di urina in un luogo non adeguato. Può essere sia diurna sia notturna, la più comune, un problema con una base genetica: infatti, i genitori possono trasmettere ai figli i geni responsabili di tale disturbo» spiega il dottor Fabio Salvatore Chiarenza, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Pediatrica dell’Ospedale San Bortolo di Vicenza, Centro regionale di riferimento per la Vescica neurologica e l’Incontinenza urinaria e fecale nel bambino.

A provocare l’emissione involontaria di urina mentre si dorme sono due fattori: la ridotta produzione dell’ormone antidiuretico (ADH) durante la notte e un sonno molto profondo che impedisce al piccolo di svegliarsi in presenza dello stimolo a urinare.

A secernere l’ormone antidiuretico è l’ipofisi, che ne produce in maggiori quantità durante la notte, contraendo quindi la diuresi. Salvo variazioni legate all’età e all’assunzione di liquidi, nell’arco della giornata la concentrazione di ormone antidiuretico nel sangue è tale da far produrre, in media, circa un litro di urina.

Durante la notte, quando la quantità di ormone antidiuretico in circolo è fisiologicamente superiore, la produzione di urina si riduce notevolmente, permettendo alla vescica del bambino di contenerne fino a 300-350 ml. Così non si avverte la necessità di alzarsi per andare in bagno.

«Se invece la produzione di ormone antidiuretico è ridotta non si riesce a trascorrere tutta la notte senza urinare» continua l’esperto. «In questo caso alcuni bambini si alzano a fare pipì e poi riprendono a dormire. Quelli con il sonno pesante invece non sentono lo stimolo, continuano a dormire e così bagnano il letto: quindi solo i piccoli che a una ridotta produzione dell’ormone antidiuretico associano un sonno pesante soffrono di enuresi notturna».

L’enuresi notturna è un disturbo da indagare a fondo. Infatti, se è vero che nella maggior parte dei casi ha una base familiare e ha l’emissione di urina nel sonno come unico sintomo, alcune volte il quadro è più complesso. 

In certi casi, infatti, i bambini che bagnano il letto di notte presentano anche un’incontinenza diurna, totale o parziale, urinano con una frequenza superiore o inferiore alla norma e, quando scappa la pipì, devono andare in bagno di corsa (è la cosiddetta sindrome da vescica iperattiva).

Più raramente l’enuresi può essere associata anche a infezioni delle vie urinarie. «Solo dopo un’accurata diagnosi è possibile arrivare a prescrivere un trattamento realmente efficace» continua l’esperto. «Se invece il problema non è correttamente indagato, le cure possono rivelarsi inutili e, talvolta, persino controproducenti».

Per un inquadramento corretto del problema, i genitori devono rivolgersi in primo luogo al pediatra che a sua volta, se lo ritiene opportuno, può indirizzarli a Centri di Riferimento dove è possibile indagare a fondo il disturbo.

«In tali strutture, infatti, oltre a un’anamnesi e una visita accurata, si possono svolgere esami non invasivi come l’ecografia e soprattutto l’uroflussometria pediatrica che permette di studiare le diverse modalità di minzione del bambino ed evidenziare, per esempio, se la capacità della vescica sia ridotta o aumentata e se vi siano, specie nelle bimbe, problemi di ristagni di pipì. «All’uroflussometria viene poi associato lo studio degli sfinteri urinari e un’ecografia detrusoriale pre e post minzionale per raccogliere informazioni sul muscolo vescicale» prosegue il dottor Chiarenza.

Se da questi esami non emerge nulla di anomalo, si è in presenza di enuresi notturna monosintomatica, la più semplice da trattare. A seconda della situazione, il pediatra può suggerire l’uso o meno di appositi farmaci, eventualmente associato a trattamenti cosiddetti condizionanti con allarme acustico notturno.

In pratica di notte il bimbo deve indossare degli slip con un piccolo apparecchio dotato di sensore che attiva una sorta di sveglia quando il tessuto inizia a bagnarsi. Quando l’apparecchio suona il bambino dovrebbe alzarsi per andare in bagno a fare pipì. Se il piccolo ha un sonno così pesante da non svegliarsi nemmeno quando si attiva l’allarme, allora è compito dei genitori farlo e accompagnarlo al bagno.

«È inoltre importante non bere troppo dal tardo pomeriggio in avanti ed evitare o, quantomeno, ridurre il consumo di cibi ricchi di calcio a cena come il latte e i suoi derivati. Alte concentrazioni di calcio nelle urine favoriscono infatti un aumento dell’attività della vescica.

«In più, il bambino va educato a non trattenere la pipì durante il giorno, così da arrivare a sera con la vescica completamente vuota» aggiunge il dottor Chiarenza. Se invece l’enuresi non è monosintomatica, lo specialista studia il trattamento più adatto in base al singolo caso.

Infine, non bisogna mai colpevolizzare il bambino che bagna il letto di notte. «I genitori possono pensare che ciò si verifichi perché il figlio è pigro, ma in realtà non è così» continua l’esperto. «Al contrario, è importante spiegare al piccolo che non deve sentirsi responsabile del problema e che, seguendo le indicazioni dei medici, la situazione si può risolvere. Altrimenti, l’autostima del bambino colpevolizzato può abbassarsi parecchio, con risvolti negativi anche in ambito scolastico».



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