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Malattie croniche intestinali e disturbi dell'umore

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Pubblicato il: 15-10-2021

Malattie croniche intestinali e disturbi dell'umore © istock

Sanihelp.it - Uno studio pubblicato sulla rivista Inflammatory Bowel Disease ha suggerito come nei pazienti con malattie croniche intestinali, i disturbi dell’umore siano ampiamente sottodiagnosticati: nella ricerca il 40% dei pazienti soddisfaceva i criteri per la depressione e il 30,6% quelli per l’ansia

Proprio dell’aspetto psicosociale si è parlato durante l’8° Congresso della Società Italiana di GastroReumatologia a Roma: «Diagnosi e sintomi spesso invalidanti e caratterizzati da dolore intervengono in maniera violenta nell’esistenza del paziente costringendolo a cambiamenti spesso radicali e indesiderati» ha spiegato Walter Monterosso, Psicologo Clinico e Sociologo nella sua relazione.

«La malattia può portare a stress, ansia e disturbi depressivi che ostacolano quel percorso di accettazione necessario a riscrivere la propria esistenza. L’intervento dello psicoterapeuta è utile sia al momento della diagnosi o in caso di processo di accettazione della nuova condizione sia ostacolato. E’ importante ad esempio lavorare sulla consapevolezza del soggetto della sua condizione, per poi contenere il dolore e la sofferenza. Come terapeuti ad esempio diamo dignità e ascolto a sentimenti come rabbia, tristezza, vergogna, senso di colpa. Dopo un normale periodo in cui metabolizzare l’evento malattia è possibile iniziare a ripensare le diverse aree della propria esistenza». 

L’aspetto psicologico è anche importantissimo ai fini della ricerca della motivazione nel seguire la terapia: la non aderenza alle cure può portare a peggioramenti, ricadute, diminuzione dell’autonomia.

Le ricerche più recenti hanno individuato nella non compliance componenti affettive e psicologiche e la diagnosi di una malattia cronica può far emergere quelli che vengono chiamati atteggiamenti ostacolanti.

«Occorre in qualche modo fare amicizia con la propria malattia e favorire il percorso graduale di accettazione. Sappiamo bene come una diagnosi irrompa in maniera violenta e sconvolga i progetti del futuro. Costringe alle volte a mettere in discussione i propri ritmi, la propria immagine corporea, è come uno spartiacque tra chi è sano e chi non lo è, per taluni un ponte levatoio alzato. Come clinici dobbiamo conoscere anche le fasi attraverso cui il paziente passa: disorientamento, negazione o spostamento su un problema di minore interesse, rabbia, ostilità. Se il percorso è sano si arriva all’accettazione e all’adattamento, mentre se è caratterizzato da passività, angoscia, dipendenza dai familiari ecc possiamo avviare la famiglia ad una terapia psicologica che permetta al paziente di sentire che ha ancora molto da dare e può quindi iniziare una nuova progettualità, sia pure su basi diverse» ha sottolineato a margine dei lavori congressuali il Professor Vincenzo Bruzzese, Presidente SIGR. 



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