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All’aperto non sottovalutare il pericolo zecche

Sanihelp.it – Con l’obiettivo di aumentare la conoscenza dei rischi legati all’encefalite da zecca e la consapevolezza delle misure di prevenzione, anche quest’anno Pfizer promuove una campagna informativa sulla TBE.

Anche quest’anno viene ripreso il brano lanciato lo scorso anno dal titolo Che ci azzecca de I Masa: tutto ruota intorno a un video volto a sensibilizzare sui rischi e la prevenzione di una malattia che può essere pericolosa per chi pratica attività e sport all’aperto e abita o frequenta le zone endemiche della nostra penisola.

I protagonisti, una famiglia intenta a fare un pic-nic in mezzo al prato, una runner che corre nel bosco e una ragazza che passeggia col suo cane, sono alle prese con un motivetto, il brano Che ci azzecca che continua a imperversare sui loro dispositivi nonostante cerchino in tutti i modi di skipparlo e di cambiare canzone.

Con un tono leggero ma incalzante, il video presenta le diverse situazioni di rischio e veicola informazioni utili per la popolazione, ricordando che la prevenzione della TBE resta fondamentale.

La campagna Che ci azzecca, oltre a vivere su Youtube, è amplificata attraverso canali social, affissioni nelle principali città del Triveneto, advertising sulle testate locali, spot radio e una pagina di campagna sul sito azioneprevenzione.it dove è possibile trovare approfondimenti sulla patologia e valutare il proprio profilo di rischio di contrarre l’encefalite da zecca rispondendo a poche semplici domande.

Per tutti gli amanti del trekking, del camping o di mountain bike e di altre attività all’aperto, dunque è fondamentale conoscere il rischio che si corre di imbattersi nelle zecche che in alcune regioni d’Italia e d’Europa possono essere infettate da batteri o virus e, mordendo gli esseri umani, possono trasmettere malattie gravi come l’encefalite da zecca (TBE).

La TBE è una malattia potenzialmente grave che nei casi più critici può coinvolgere il sistema nervoso centrale e provocare problemi neurologici a lungo termine e, in alcuni casi, anche la morte; si manifesta con sintomi quali febbre, stanchezza, mal di testa, dolore muscolare e nausea.

Nonostante l’Italia nella sua totalità sia considerata un paese a basso rischio per la TBE, l’incidenza di questa malattia ha registrato un trend di crescita sin dai primi anni 2000 soprattutto in alcune zone, cosiddette endemiche, in cui l’incidenza della patologia risulta elevata: tutta la regione del Triveneto con particolare riferimento al Friuli Venezia Giulia, alle provincie autonome di Trento e Bolzano e al Veneto, soprattutto Belluno e provincia.

Dai 12 casi registrati nel nostro Paese nel 2000 si è passati ai 55 casi del 2020 e su un totale di 103 casi notificati dal 2017 al 2020 (dato cumulato), 100 si sono verificati nel Triveneto.

Significativa la situazione della provincia di Belluno che, con un tasso di casi pari a 5.95 per 100.000 abitanti, è stata classificata come area ad alto rischio (> 5 casi per 100.000 abitanti) sulla base dei criteri definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Per questo L’OMS e l’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) raccomandano la vaccinazione contro la TBE per chi vive o si reca nelle zone in cui questa malattia è maggiormente diffusa (endemica).

La vaccinazione è la forma di prevenzione più efficace contro la TBE, si tratta di una profilassi raccomandata nell’attuale Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale soprattutto per coloro che risiedono o si recano nelle aree considerate più a rischio, offerta gratuitamente ai residenti della regione Friuli Venezia-Giulia, nelle province autonome di Trento e Bolzano, e nella provincia di Belluno e, con costo agevolato, nel resto del Veneto. Il ciclo vaccinale prevede 3 dosi ed è necessario effettuare i richiami in modo da assicurarsi un’adeguata protezione contro l’infezione.

La TBE resta ancora una patologia poco nota in Italia ed esiste una limitata consapevolezza dei rischi e delle forme di prevenzione attuabili.

Lo confermano i dati di una recente ricerca condotta da Ipsos per Pfizer su un campione rappresentativo di 2000 italiani adulti (18-75): il 42% degli intervistati è a conoscenza dell’esistenza della TBE, e il 40% la ritiene una malattia grave ma circa 3 su 10 credono, erroneamente, che si possa curare con l’aiuto di antibiotici o altri medicinali specifici.

Molto bassa risulta invece la conoscenza del vaccino contro la TBE, solo 12% del totale intervistati, percentuale che si alza nelle zone endemiche rispetto a quelle non endemiche (29% vs 11%).

In generale, il numero dei vaccinati è molto basso con un solo 2% nelle zone non endemiche e un picco del 19% nelle aree a rischio maggiore.

Ad aumentare la preoccupazione, però, quest’anno contribuiscono anche i dati di uno studio condotto dalla Fondazione Edmund Mach (FEM), secondo il quale la quantità di polline di alcune specie di alberi, in particolare faggio, carpino nero e quercia, registrata nel corso di un certo anno dalle stazioni di monitoraggio aerobiologico, è legata ai casi di TBE osservati due anni dopo.

Dal momento che la quantità di polline registrata nel corso del 2020 è risultata molto elevata, il 2022 potrebbe rivelarsi un anno particolarmente intenso per la circolazione del virus.

Secondo lo studio, la quantità di polline nell’aria è un indicatore della produzione di semi da parte delle piante che sono un cibo importante per alcuni roditori selvatici diffusi nei boschi trentini, come il topo selvatico dal collo giallo e l’arvicola rossastra, animali vettori del virus.

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