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Lavoro da remoto e relazioni fra colleghi

Sanihelp.it – Alla fine del 2019 il gruppo di ricerca del Senseable City Lab del Massachussets Institute of  Technology (di cui fa parte anche Paolo Santi, Dirigente di ricerca del Cnr-Iit) ha avviato uno  studio sugli scambi di e-mail tra i ricercatori del famoso centro di ricerca americano. 

L’arrivo della pandemia nel marzo 2020, però, ha improvvisamente cambiato le carte in tavola:  tutto il personale del MIT si è ritrovato, come gran parte delle persone nel resto del mondo,  a lavorare da casa, fisicamente lontano dai propri colleghi, una condizione che si è protratta  per molti mesi. 

Il mondo digitale e quindi appunto le e-mail, le videoconferenze e gli scambi di messaggi hanno permesso di continuare a lavorare, studiare e mantenersi in contatto con il mondo, tutto è rimasto uguale o  qualcosa potrebbe essersi perso in questo cambio così radicale di abitudini?

Proprio per  indagare meglio questo fenomeno gli scienziati del SCL hanno deciso quindi di utilizzare la  mole di dati che avevano a disposizione per analizzare il rapporto tra la convivenza fisica  sul luogo di lavoro e la formazione di nuove relazioni e collaborazioni.

Lo studio, ora  pubblicato su Nature Computational Science, dimostra che la compresenza in ufficio è  essenziale per la formazione dei cosiddetti legami deboli tra colleghi e che queste  interazioni sono state notevolmente ridotte dal lavoro da remoto.

L’articolo pubblicato su Nature Computational Science, nello specifico si è focalizzato, sui  flussi di posta elettronica  di 2.834 docenti e ricercatori che lavorano in più di 100 Dipartimenti e laboratori di  ricerca del MIT, scambi effettuati tra il 26 dicembre 2019 e il 15 luglio 2021.

I risultati  principali dello studio dimostrano che l’istituzione di un regime totale di lavoro a distanza a partire dal 23 marzo 2020 ha causato un calo del 38,7 % del numero di nuovi legami  deboli formati tra i colleghi, con un impatto cumulativo nel tempo.

Nei 18 mesi presi in analisi  dallo studio questo calo iniziale è equivalso a una perdita prevista di oltre 5.100 nuovi legami  deboli, circa 1,8 a persona. A

nche se a colpo d’occhio non sembra molto, la perdita è comunque  sostanziale in un ambiente come quello della ricerca, che si nutre di interazioni soprattutto tra  discipline diverse, ma non solo.  

Lo studio rileva che le cosiddette ego networks (le reti di contatto e scambio che sono  proprie di ciascun individuo) sono diventate via via più stagnanti nel corso dei mesi di lavoro  lontani dalla sede fisica dell’ufficio.

Venendo a mancare i legami deboli si è intensificata la  connessione tra i legami forti: insomma, i ricercatori hanno continuato a comunicare molto,  ma solo con le persone con cui avevano già collaborazioni aperte.

Questo cambiamento nelle relazioni tra colleghi dovuto al lavoro da remoto potrebbe avere  conseguenze importanti nell’ambito della conoscenza.

Uno studio pre-pandemia, sempre  condotto dal Senseable City Lab, aveva rilevato che i ricercatori nello stesso spazio di lavoro  hanno più del triplo delle probabilità di collaborare su documenti come co-autori e più  del doppio delle probabilità di collaborare su brevetti rispetto a quelli che stanno a soli 400  metri di distanza tra loro.

La riduzione del numero di connessioni tra gruppi diversi che si è  verificata con il lavoro da remoto non farebbe che confermare questo quadro poco  incoraggiante.

C’è poi un altro fattore che potrebbe far leggere questi dati in modo doppiamente preoccupante:  non soltanto ridurre il numero delle connessioni tra gruppi diversi diminuisce lo scambio  di informazioni, la possibilità di un approccio interdisciplinare e la condivisione e la nascita  di nuove idee, ma il rafforzamento delle comunicazioni e interazioni tra persone che già fanno  parte di un gruppo strutturato alla lunga potrebbe portare al cosiddetto groupthink, il pensiero  di gruppo, una patologia sociale che omologa le idee e le opinioni, anestetizza il conflitto,  spegne le differenze tra i punti di vista e la creatività individuale. 

L’analisi non si ferma e i ricercatori che oggi pubblicano questo studio stanno osservando  anche i cambiamenti portati dalla ripresa del lavoro in modalità ibrida.

Con la parziale ripresa  del lavoro in presenza negli uffici del MIT nel 2022 sembra esserci stata anche una leggera  risalita del numero dei legami deboli.

Questo suggerisce che probabilmente nella nuova  normalità ibrida post-pandemia potremo scoprire nuovi equilibri nelle interazioni di  lavoro tra colleghi in presenza e da remoto, con scenari che continueranno ad evolvere e ad  adattarsi.

Per Carlo Ratti, Direttore del Senseable City Lab, questo studio offre una migliore  comprensione dell'interazione umana e della produttività, utile per immaginare la tanto  attesa nuova normalità.

«Significa che dobbiamo tornare al 100% nel nostro ufficio? No.  Manterremo la flessibilità del lavoro a distanza- afferma- Dobbiamo sviluppare un regime  di lavoro che enfatizzi il meglio di ciò che lo spazio fisico può fare per noi». 

Le aziende e gli enti pubblici che in questi mesi stanno progettando nuove politiche di  smartworking per i loro dipendenti dovranno probabilmente tenere conto del bisogno di  creare nuove occasioni di interazione tra i propri gruppi di lavoro. Utilizzando i risultati  sperimentali, il team di ricerca del SCL ha anche creato un modello che può essere utilizzato  per identificare la quantità minima di lavoro in presenza richiesta per facilitare una  comunicazione sufficiente tra i ricercatori e favorire la diffusione delle informazioni e la  nascita di nuove idee e percorsi di innovazione.

Questi risultati potrebbero avere implicazioni  per la progettazione di futuri campus di ricerca e ambienti di lavoro, nonché per lo sviluppo  di tecnologie virtuali che cercano di ricreare le interazioni che si verificano negli uffici  fisici. 

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FonteCnr-Iit

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