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Antipertensivi non influenzano il decorso del Covid

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Pubblicato il: 18-05-2020


Antipertensivi non influenzano il decorso del Covid © iStock

Sanihelp.it - L’uso di ACE-inibitori e sartani, farmaci molto utilizzati per l’ipertensione arteriosa, lo scompenso cardiaco e il post-infarto non favoriscono o aggravano l’infezione da COVID-19. Secondo uno studio condotto dall’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) e Agenzia Regionale ARIA  l'uso di farmaci antipertensivi è più frequente tra i pazienti con Covid-19 a causa di una maggiore prevalenza di malattie cardiovascolari, ma che questi farmaci non ne favoriscono l’insorgenza e non peggiorano la prognosi.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine, è stato effettuato mettendo a confronto un totale di 6272 casi di pazienti affetti da grave infezione respiratoria determinata dal virus SARS-Cov-2 accertati nel periodo tra il 21 febbraio e l’11 marzo 2020, con 30.759 persone sane (il gruppo di controlli), tutti iscritti nel registro sanitario della Regione Lombardia.

«Gli antagonisti del recettore dell'angiotensina, i cosiddetti sartani, e gli ACE-inibitori sono tra i farmaci più utilizzati al mondo come trattamenti di prima scelta per il controllo di ipertensione, scompenso cardiaco, malattie renali croniche e altre patologie cardiovascolari. Questi farmaci sono capaci di aumentare l'espressione dell’enzima ACE2, considerato una porta d’ingresso per i virus della famiglia Coronavirus e, da qui, è nata l’ipotesi che i pazienti curati con queste terapie potessero essere maggiormente a rischio di infezione da COVID-19 – commenta Giuseppe Mancia, Professore Emerito all’Università degli Studi Milano-Bicocca. – Lo studio ha invece mostrato che non c’è nessun elemento di evidenza specifico a indicare che chi è in cura con questi farmaci abbia un rischio diverso di contrarre il virus rispetto a chi non è in trattamento. È emerso che, rispetto al gruppo dei controlli, i pazienti affetti da COVID-19 fanno un uso maggiore del 10-13% di ACE-inibitori e sartani, ma anche di altri antipertensivi, come betabloccanti e diuretici, e di altri farmaci come gli antidiabetici. Ciò ha messo in luce che i pazienti che hanno contratto il virus sono quelli che, preferenzialmente, hanno uno stato di salute in qualche modo già compromesso, di cui il maggiore consumo di farmaci è un riflesso».

«Ad ogni caso di COVID-19 sono stati appaiati casualmente 5 controlli della stessa età, sesso e comune di residenza. Le informazioni sull'uso di farmaci e sui profili clinici dei pazienti sono state ottenute dalla banca dati regionale di assistenza sanitaria, mentre per tutto il campione è stato utilizzato un indice di prognosi, con uno score da 0 a 4, dove il valore più alto indica uno stato clinico peggiore– spiega il prof. Giovanni Corrao del Dipartimento di Statistica e Metodi Quantitativi dell'Università di Milano-Bicocca. - La nostra analisi ha evidenziato che i pazienti contagiati dal virus hanno un punteggio più alto nello score e fanno un uso più frequente di farmaci antipertensivi, e sono più affetti da malattie cardiovascolari. Questo suggerisce che le manifestazioni cliniche del contagio si manifestano prevalentemente in individui clinicamente fragili, e tra questi, in pazienti affetti da malattie cardiovascolari e metaboliche. Tuttavia, farmaci come ACE-inibitori e sartani non sembrano avere alcun ruolo diretto nel favorire un maggior rischio di sviluppo o aggravamento dell’infezione».

Lo studio ha incluso delle sotto-analisi in modo da prendere in considerazione eventuali differenze per sesso o per età (over60 vs under 60), ma in entrambi casi i risultati sono stati confermati, senza quindi evidenziare differenze significative tra i diversi gruppi.

Inoltre, è stata indagata anche l’ipotesi che il rischio per i pazienti in terapia con antipertensivi non fosse solo un aumento della probabilità di essere contagiati dal virus, ma di sviluppare la sintomatologia in forma più severa a causa dell’esposizione ai bloccanti del sistema renina-angiotensina.

L’analisi di oltre 600 casi – comprendenti i pazienti ricoverati in terapia intensiva e i deceduti – ha smentito anche quest’ultima ipotesi.



FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Università di Milano-Bicocca

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