Sanihelp.it -Quando pensiamo alla prevenzione cardiovascolare vengono subito in mente pressione arteriosa, colesterolo, alimentazione, attività fisica e fumo. Più difficilmente pensiamo alle gengive. Eppure, negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha dedicato sempre maggiore attenzione al rapporto tra parodontite e malattie cardiovascolari.
La parodontite– spiega il dott. Massimiliano REA odontoiatra presso il Poliambulatorio Medico Odontoiatrico ErreEsse di Ferrara- è una malattia infiammatoria cronica che interessa i tessuti che sostengono i denti. Se non viene diagnosticata e curata, può portare progressivamente alla perdita dell’osso intorno ai denti e, nei casi più avanzati, alla loro mobilità e perdita. Ma il problema non riguarda necessariamente soltanto la bocca.
Numerosi studi hanno osservato che le persone affette da parodontite presentano più frequentemente anche patologie cardiovascolari. Una recente revisione sistematica pubblicata nel 2026, che ha analizzato 30 studi di coorte, ha riscontrato un aumento del rischio cardiovascolare nelle persone con condizioni parodontali e orali sfavorevoli. Gli stessi ricercatori, però, sottolineano l’importante eterogeneità degli studi e quindi la necessità di interpretare questi dati con prudenza.
Il punto fondamentale è proprio questo: associazione non significa automaticamente causalità. Non possiamo dire che avere la parodontite provochi un infarto, così come non possiamo affermare che curare le gengive metta al riparo da un ictus. Lo ha ribadito anche l’American Heart Association nel suo più recente documento scientifico dedicato al rapporto tra malattia parodontale e malattia cardiovascolare aterosclerotica: le evidenze sull’associazione sono sempre più consistenti, ma non è stato ancora dimostrato un rapporto diretto di causa-effetto.
Perché allora bocca e cuore sembrano essere collegati? Uno dei principali elementi studiati è l’infiammazione cronica. Nella parodontite, la presenza persistente di batteri al di sotto del margine gengivale mantiene attiva una risposta infiammatoria. Quando i tessuti gengivali sono infiammati e ulcerati, batteri, loro componenti e mediatori dell’infiammazione possono raggiungere temporaneamente il circolo sanguigno.
La ricerca sta studiando in particolare due possibili strade: una più diretta, legata al passaggio di batteri e prodotti batterici nel sangue, e una indiretta, attraverso l’aumento dell’infiammazione sistemica.
L’American Heart Association indica proprio batteriemia e infiammazione cronica tra i meccanismi biologicamente plausibili che potrebbero contribuire a spiegare l’associazione osservata tra parodontite e patologie cardiovascolari. Questo non significa che i batteri delle gengive “vadano al cuore” provocando inevitabilmente una malattia. La realtà biologica è molto più complessa e dipende dall’interazione di numerosi fattori, ma quello che sembra emergere è che l’infiammazione cronica provoca un ispessimento delle pareti vascolari, riducendone l’elasticità e, di conseguenza, la capacità di rispondere in maniera efficacia ad una criticità come può essere la formazione di un embolo.
C’è poi un altro aspetto importante.
Parodontite e malattie cardiovascolari condividono diversi fattori di rischio: fumo, diabete, sovrappeso e obesità, alimentazione non equilibrata,
sedentarietà e altri elementi legati allo stile di vita. Una persona che fuma, per esempio, presenta contemporaneamente un rischio maggiore di sviluppare una malattia cardiovascolare e una maggiore probabilità di sviluppare o aggravare una parodontite. Per questo, quando osserviamo che le due patologie compaiono frequentemente nella stessa persona, dobbiamo considerare sia i possibili meccanismi infiammatori comuni sia la presenza di fattori di rischio condivisi
È una delle ragioni per cui la European Federation of Periodontology e la World Heart Federation raccomandano un approccio integrato alla prevenzione.
La domanda quindi è: curare la parodontite fa bene anche al cuore? È una delle questioni più interessanti, ma anche una di quelle a cui bisogna rispondere con maggiore attenzione. Sappiamo che il trattamento della parodontite riduce l’infiammazione locale. Alcuni studi mostrano inoltre miglioramenti di alcuni parametri sistemici. Una meta-analisi di studi clinici randomizzati pubblicata nel 2026 ha osservato, dopo terapia parodontale, una riduzione della proteina C-reattiva – un importante indicatore di infiammazione – e una diminuzione dei valori pressori. La qualità complessiva delle evidenze, tuttavia, viene giudicata dagli stessi autori da moderata a bassa. Soprattutto, oggi non disponiamo ancora di prove sufficienti per affermare che curare la parodontite riduca direttamente il numero di infarti o ictus. Gli studi clinici condotti finora sugli eventi cardiovascolari non consentono di arrivare a questa conclusione.
Curare la parodontite rimane comunque fondamentale: significa eliminare una fonte cronica di infiammazione, preservare i denti e migliorare la salute orale e la qualità della vita. Il problema è che la parodontite può progredire per molto tempo senza provocare un vero dolore. Per questo alcuni segnali non dovrebbero essere ignorati: gengive che sanguinano frequentemente, alito cattivo persistente, gengive che si ritirano, denti che sembrano allungarsi, comparsa di spazi tra i denti o mobilità dentale. Il sanguinamento gengivale, in particolare, non dovrebbe essere considerato normale. Una diagnosi precoce permette generalmente di intervenire quando il danno è ancora più facilmente controllabile.
La Giornata mondiale del cuore può quindi diventare anche un’occasione per superare una vecchia idea della medicina: quella di considerare ogni parte del corpo come un compartimento indipendente. La prevenzione cardiovascolare continua a basarsi sui suoi grandi pilastri: non fumare, controllare pressione, colesterolo e glicemia, mantenere un peso adeguato, seguire un’alimentazione equilibrata e svolgere attività fisica.