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Zverev vince gli US Open 2026 con il diabete

Sanihelp.it – Alexander Zverev ha vinto gli US Open 2026 superando in finale il tennista di casa Ben Shelton. Si tratta della sua prima storica vittoria nello Slam di New York e del secondo titolo del Grande Slam in carriera, arrivato a pochi mesi di distanza dal successo al Roland Garros. Con questo trionfo, Zverev scavalca l’azzurro Jannik Sinner in vetta alla ATP Race e accorcia le distanze nel ranking mondiale in vista della lotta per il numero 1 di fine anno.


Il trionfo del tennista tedesco, a cui fu diagnosticato il diabete di tipo 1 all’età di appena 4 anni, non è però solo un traguardo sportivo importantissimo ma scardina definitivamente i falsi miti legati ai limiti imposti da questa patologia cronica.

Al termine del torneo, Zverev ha voluto dedicare il titolo a sua madre Irina, ricordando il momento della diagnosi e la fermezza con cui la donna si oppose allo scetticismo dei medici dell’epoca: «Quando a tuo figlio di 4 anni viene diagnosticato il diabete e i medici ti dicono che la vita e lo sport saranno molto limitati per quel bambino, ci vuole una madre molto forte per uscire da quegli ambulatori e dire: mio figlio sarà chiunque voglia essere».

Questa dichiarazione ha suscitato immediato plauso da parte della comunità scientifica italiana. Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID), ha espresso profonda ammirazione per la storia dell’atleta: «La storia di Sasha Zverev e di sua madre Irina è la fotografia più bella di ciò che la Sid sostiene da anni: il diabete tipo 1 non è un soffitto di cristallo dal quale farsi sovrastare e limitare, ma una condizione con cui si può correre, vincere, arrivare ovunque. Le parole di quella mamma dovrebbero essere scritte nella sala d’attesa di ogni centro di diabetologia pediatrica in Italia, perché la paura della diagnosi non diventi mai la misura della vita di un bambino».

Buzzetti ribadisce con forza che lo sport non è un fattore di rischio per chi soffre di patologie metaboliche, ma anzi rappresenta «un must, un pilastro del trattamento contro tutte le malattie croniche, diabete in primis» tanto che si sta discutendo un disegno di legge, il numero 287, che introduca l’esercizio fisico strutturato come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale. «Chi vive con il diabete lo sa bene: l’attività fisica strutturata abbassa la glicemia, protegge il cuore e i reni, allunga e migliora la vita. Riconoscerla per legge significa finalmente allineare la sanità pubblica a ciò che la scienza dimostra da decenni» conclude la presidente della SID.

Proprio la prima firmataria del Ddl 287, la senatrice Daniela Sbrollini, presidente dell’Intergruppo parlamentare Obesità, Diabete e Malattie croniche non trasmissibili, non si è lasciata sfuggire l’occasione per focalizzare l’attenzione su un altro problema che interessa gli atleti con diabete, ovvero la discriminazione in atto nel nostro Paese che preclude loro l’accesso ai gruppi sportivi militari e dei Corpi dello Stato.

«Zverev non rappresenta un’eccezione, ma la prova concreta dei risultati resi possibili dalla preparazione atletica, da un’adeguata assistenza specialistica e dai progressi compiuti nella gestione del diabete. I sistemi di monitoraggio continuo della glicemia, i microinfusori e le nuove terapie consentono oggi agli atleti con diabete di allenarsi e gareggiare in condizioni di sicurezza, raggiungendo risultati di assoluto prestigio» ha dichiarato Sbrollini in una nota stampa.


«La vittoria di Zverev manda un messaggio chiarissimo: gli atleti con diabete non soltanto possono praticare sport agonistico, ma possono competere, rappresentare il proprio Paese e vincere ai più alti livelli internazionali. Devono quindi poter godere delle stesse opportunità, delle stesse tutele e delle medesime prerogative riconosciute a tutti gli altri atleti» ha concluso. «Il merito, il talento e l’impegno non possono essere cancellati da una diagnosi. È tempo che anche le nostre norme riconoscano questa realtà e mettano definitivamente fine a una discriminazione che non appartiene a un Paese moderno».

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