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Suicidio, un tema su cui riflettere

Benessere psichico

Sanihelp.it – I dati sono al dir poco impressionanti. Ogni anno 703 mila persone al mondo si tolgono la vita e per ogni suicidio è probabile che ce ne siano almeno altre venti persone che lo tentano e molte altre ancora che abbiano pensieri al riguardo.

Non a caso il 10 settembre ricorre la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, promossa dall'International Association for Suicide Prevention (IASP) e co-sponsorizzata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un'occasione per sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale su un tema così delicato.

In un periodo storico come quello attuale, l'OMS sta lavorando ancora più duramente per rispondere rapidamente all'emergenza sanitaria scatenata dal conflitto ucraino, dando particolare attenzione ai paesi limitrofi, tra cui la Polonia, diventati approdo e crocevia per persone con elevati traumi causati dagli orrori della guerra. 

Il team psico-sociale di Fondazione Soleterre impiegato in Polonia si sta adoperando per garantire una risposta adeguata ai bisogni emersi dalla crisi umanitaria sin dallo scoppio del conflitto, nell’ottica di prevenire pensieri disfunzionali rispetto ai traumi subiti e che potrebbero risultare in comportamenti distruttivi e catastrofici quali il suicidio.

Ad oggi risultano oltre 700 le persone rifugiate che hanno beneficiato del servizio di assistenza psicologica di Soleterre e, dai test somministrati a 544 persone (456 donne e 88 uomini) dal 28 marzo al 31 agosto 2022, volti a indagare la gravità di sintomi relativi a una possibile ideazione suicidaria, emerge la presenza di:

Preoccupazione in forma moderata e severa: 63,2%
Ansia in forma moderata e severa: 44,1%
Tristezza in forma moderata e severa: 60,6%
Qualità del sonno scadente e pessima: 52,7%.

»Vorrei soltanto poter tornare a lavorare e a vivere normalmente, ma non mi è possibile. Gli aiuti ricevuti in seguito all’evacuazione sono stati quasi inesistenti ed è ancora più difficile per me essendo uomo solo e con disabilità. Non ho più motivo per continuare a vivere.» Questa è solo una delle diverse testimonianze raccolte dalle psicoterapeute e psicologhe ucraine del team di Soleterre in Polonia.

Si tratta nello specifico di uno dei primi casi di tentativo di suicidio da parte di un veterano del 2014 con cecità provocata da gravi ferite di guerra e in stato di salute mentale critico. Tra i rifugiati entrati in contatto diretto con le psicologhe di Fondazione Soleterre, più della metà ha dichiarato di non avere più motivazioni per vivere e, in molte occasioni, infatti, il team si è trovato a gestire vicende drammatiche come quella accaduta a fine giugno sul ponte di Przemysl, dove alcuni rifugiati ucraini si erano riuniti per porre fine alla propria vita; tra i presenti, molti erano vittime di abusi e violenze, provenienti da famiglie distrutte e persone mutilate. Una delle psicologhe di Soleterre, che è stata di supporto in quella occasione, ha riferito ognuna di queste persone alla clinica psichiatrica di Zurawica, dove lavora, per poter seguire caso per caso e provvedere alla psicoterapia e al trattamento clinico.

Tra i bambini soccorsi in questi mesi, l’attenzione è ancora maggiore, considerata la difficoltà nello sviluppare la resilienza necessaria per affrontare determinate esperienze traumatiche in giovane età. La gestione del trauma e la riabilitazione nei bambini, inoltre, risultano particolarmente complesse in situazioni in cui le famiglie sono spezzate per via della guerra e le mamme sono state vittime di abusi e violenze.

«L'80% dei rifugiati è costituito da donne e bambini, di cui la metà sono bambini e adolescent» spiega Damiano Rizzi, Presidente di Fondazione Soleterre e Psicologo Clinico.« Gli studi in letteratura hanno riscontrato un aumento dei livelli di morbilità psicologica tra i bambini e gli adolescenti rifugiati, in particolare il disturbo da stress post-traumatico, la depressione e i disturbi d'ansia».

 Per i bambini, secondo un recente studio pubblicato su The American Journal of Psychiatry, il rischio di suicidio, nei conflitti, aumenta di 12,2 volte e quello di depressione di 4,5 volte. «Le nostre psicologhe non hanno smesso un solo giorno di fornire assistenza ai rifugiati accolti al confine tra Polonia e Ucraina, rispondendo a qualsiasi richiesta di soccorso, in modo da garantire ai pazienti un supporto per il miglioramento del loro benessere psicologico funzionale anche al loro reinserimento lavorativo e sociale. Ricordiamoci che anche loro sono rifugiate, hanno lasciato il loro Paese e si sono messe al servizio dei loro concittadini e concittadine», commenta Rizzi. «Storie di vita e testimonianze come queste ci ricordano il ruolo fondamentale che gioca la prevenzione e quanto la solidarietà tra esseri umani sia l’unica risposta alla guerra. Noi continueremo a essere lì finché ce ne sarà bisogno».

 

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