Sanihelp.it – L’osteoporosi interessa circa 200 milioni di persone nel mondo e rappresenta una delle principali cause di fratture da fragilità, soprattutto nella popolazione anziana. In Italia, secondo le stime europee SCOPE/International Osteoporosis Foundation, riguarda oltre 4,3 milioni di persone, in larga maggioranza donne. Tra gli over 50, la condizione interessa circa una donna su quattro e quasi un uomo su quindici. Ogni anno nel nostro Paese si stimano circa 568.000 nuove fratture da fragilità: significa circa 1.560 fratture al giorno, 65 ogni ora. Con l’invecchiamento della popolazione, il numero annuo di fratture potrebbe superare 700.000 entro il 2034, con un incremento stimato di oltre il 23% rispetto al 2019.
L’impatto non è solo clinico, ma anche sociale ed economico.
Le fratture da fragilità, in particolare quelle di femore e vertebre, possono compromettere autonomia, mobilità, qualità di vita e sopravvivenza, soprattutto negli anziani. In Italia il costo delle fratture osteoporotiche è stato stimato in circa 9,45 miliardi di euro l’anno, pari a circa il 6% della spesa sanitaria. Nonostante questi numeri, la fragilità ossea resta spesso sottovalutata. La frattura dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme, ma troppo spesso non attiva un percorso diagnostico-terapeutico adeguato. Secondo l’International Osteoporosis Foundation, anche dopo una frattura da fragilità fino all’80% dei pazienti con osteoporosi non viene identificato e trattato. Un dato coerente emerge anche da uno studio italiano del 2025 su pazienti seguiti da una Fracture Liaison Service: oltre 8 pazienti su 10 avevano ricevuto la prima terapia anti-osteoporotica con un ritardo superiore a due mesi dalla frattura, con un ritardo mediano di 24 mesi.
L’osteoporosi, dunque, resta spesso una malattia invisibile, sottodiagnosticata e sotto trattata, fino al momento della frattura. Le ossa non sono una struttura inerte, né un semplice deposito di calcio. Sono un tessuto vivo, dinamico, capace di rinnovarsi continuamente e di dialogare con il resto dell’organismo. A regolare questo equilibrio non sono soltanto calcio, vitamina D, estrogeni o paratormone, ma anche il cervello, il sistema nervoso e alcuni ormoni prodotti dall’ipofisi.
A sottolinearlo è una review pubblicata sul Journal of Clinical Investigation da un gruppo internazionale di esperti, tra i quali il professor Andrea Giustina, presidente GIOSEG, e il professor Mone Zaidi, della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York. La review raccoglie le evidenze più recenti su un tema centrale: la massa ossea è controllata anche da circuiti neuroendocrini e nervosi. Lo scheletro riceve segnali dal cervello, dagli ormoni ipofisari e dai nervi che innervano l’osso, e questi segnali possono influenzare il delicato equilibrio tra formazione e riassorbimento osseo.
«Per molti anni abbiamo considerato l’osteoporosi soprattutto come una conseguenza dell’invecchiamento, della carenza estrogenica o di alterazioni del metabolismo minerale. Oggi sappiamo che il quadro è più complesso: cervello, ipofisi, sistema nervoso e osso fanno parte di una rete integrata – sottolinea Andrea Giustina, Professore Ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, Presidente GIOSEG. – Questa visione non sostituisce i fattori di rischio già noti, ma li completa e aiuta a spiegare perché la fragilità scheletrica sia una condizione sistemica, da affrontare con un approccio sempre più personalizzato».



