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Il filo di Arianna

Sanihelp.itIl filo di Arianna è un documentario di  Donatella Romani e Roberto Amato, prodotto da Telomero Produzioni, con il patrocinio di ANTURE e il contributo non condizionante di Ipsen. È un’opera incentrata sul viaggio umano e scientifico di pazienti, caregiver e medici che ogni giorno, in modo diverso, affrontano questa neoplasia. A guidare lo spettatore, in questo racconto intimo, sono il volto e la voce dell’attrice Giuliana De Sio. La pellicola è stata presentata in occasione della 83° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia all’interno della rassegna Venezia26 di Giffoni Innovation Hub.


Il racconto intende rileggere l’esperienza oncologica con una metafora: la diagnosi del carcinoma renale coincide con l’ingresso in un labirinto. Un luogo fitto e sconosciuto in cui le coordinate personali si azzerano e subentra la paura. Nel percorso — dalla diagnosi alla cura — il paziente e la sua famiglia devono attingere a risorse interiori profonde per non perdersi, trovare un nuovo equilibrio. Lungo questo cammino tortuoso emergono però degli alleati fondamentali: l’equipe medica e la ricerca scientifica, che assumono le sembianze del leggendario filo, l’unica vera guida per ritrovare la strada verso l’uscita.

In Italia vivono con una diagnosi di tumore del rene oltre 154 mila uomini e donne. È una forma di cancro molto insidiosa, difficile da diagnosticare precocemente e con un forte impatto sulla vita dei pazienti e dei caregiver. l documentario si arricchisce dei pareri scientifici di due specialisti, che evidenziano l’evoluzione terapeutica e l’approccio olistico essenziale nel trattamento della malattia. «Oggi lo scenario, nella gestione del cancro del rene, è profondamente cambiato grazie alla ricerca scientifica e all’innovazione terapeutica — ha dichiarato Andrea Necchi, Direttore del Programma Strategico di Ricerca Oncologica nei Tumori dell’Apparato Genitourinario dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e Professore Associato di Oncologia Medica dell’Università Vita-Salute San Raffaele —. La svolta è stata ottenuta grazie all’introduzione dei farmaci a bersaglio molecolare e dell’immunoterapia. Questi trattamenti rappresentano quel “Filo di Arianna” che ci permette di offrire risposte concrete anche nelle fasi più avanzate. Abbiamo ridisegnato l’aspettativa di vita in una malattia per la quale le terapie “tradizionali” si sono rivelate poco efficaci»

«Poter garantire una lunga sopravvivenza è importante quanto una solida alleanza terapeutica — ha aggiunto Giuseppe Procopio, Direttore della Struttura di Oncologia Medica Genitourinaria e del Programma Prostata della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano —. È fondamentale aprirsi all’ascolto reciproco per migliorare il rapporto medico-paziente affinché si raggiunga la migliore qualità di vita possibile durante il percorso di cura. Curare non può significare solo prolungare la sopravvivenza di una persona. Vuol dire anche preservarne la dignità, il benessere psico-fisico per ritornare a una tranquilla quotidianità»

Accanto alle figure dei clinici, emerge il ruolo insostituibile del network associativo, un impegno costante nello sforzo comune di non lasciare soli pazienti e caregiver. «Entrare nel labirinto fa paura, ma scoprire che qualcuno lo ha già attraversato prima di te cambia tutto —  ha affermato Tonia Cinquegrana, Presidente di ANTURE, Associazione Nazionale Tumore del Rene —. La nostra realtà nasce per essere quel nodo che tiene stretto il filo della condivisione. Facendo rete abbattiamo il senso di solitudine e aiutiamo chi riceve la diagnosi a trovare la propria strategia di adattamento, trasformando lo smarrimento individuale nella forza della comunità»

Dopo la prima visione su LA7 il documentario è ora disponibile su Amazon Prime Video.

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