Sanihelp.it -Quando si parla di Alzheimer, l’attenzione si concentra inevitabilmente sul progressivo decadimento delle funzioni cognitive. Ma c’è una parte del corpo che continua ad avere un ruolo fondamentale nella qualità della vita e che, proprio per questo, non dovrebbe essere trascurata: la bocca.
Denti, gengive, masticazione e protesi non riguardano soltanto la salute orale. Una carie, un’infiammazione gengivale, un’infezione, un dente mobile o una protesi non più adeguata possono provocare dolore, rendere difficile mangiare e modificare le abitudini quotidiane. Il problema è che, con la progressione della malattia, può diventare sempre più difficile per la persona riconoscere, interpretare e soprattutto comunicare ciò che sta accadendo.
«È molto importante, perché la bocca continua ad avere un ruolo essenziale nella qualità di vita anche quando le capacità cognitive si riducono» spiega il dottor Massimiliano Rea, odontoiatra presso il Poliambulatorio Medico Odontoiatrico ErreEsse di Ferrara.
Non è quindi soltanto una questione di denti da curare. La salute della bocca può incidere sulla possibilità di continuare a mangiare, parlare e vivere quotidianamente senza dolore. E c’è un secondo elemento da considerare: con il progredire dell’Alzheimer diminuisce progressivamente anche la capacità di occuparsi autonomamente dell’igiene orale.
«Per questo la salute della bocca non dovrebbe essere considerata un problema secondario: significa preservare, per quanto possibile, la capacità di mangiare, parlare e vivere senza dolore» sottolinea Rea.
Proprio per questo, secondo l’odontoiatra, il momento più importante per intervenire è quello iniziale, quando la diagnosi è stata formulata oppure il decadimento cognitivo è ancora lieve e la persona riesce a comprendere, collaborare e affrontare normalmente le cure odontoiatriche.
È una sorta di investimento sul futuro: mettere denti e gengive nelle migliori condizioni possibili quando è ancora possibile farlo con relativa semplicità significa ridurre la probabilità di trovarsi più avanti davanti a problemi dolorosi e difficili da trattare.
«In questa fase sarebbe utile eseguire una valutazione completa della bocca e cercare di eliminare quelli che potrebbero diventare problemi negli anni successivi: curare le carie, stabilizzare la malattia parodontale, recuperare quando possibile denti con una prognosi favorevole ed eliminare focolai infettivi o situazioni destinate con buona probabilità a diventare dolorose».
È un modo diverso di concepire il trattamento odontoiatrico: non soltanto in funzione del presente, ma considerando l’evoluzione della malattia.
«Bisogna ragionare in prospettiva. L’obiettivo cambia: non dobbiamo pensare soltanto alla migliore soluzione odontoiatrica di oggi, ma anche a quella che sarà più semplice da gestire tra cinque o dieci anni».
Con la progressione del decadimento cognitivo può cambiare radicalmente anche il rapporto con la visita odontoiatrica. Un gesto apparentemente semplice, come aprire la bocca, può diventare difficile da comprendere o essere vissuto come qualcosa di minaccioso.
«Una persona che oggi comprende perfettamente perché deve aprire la bocca, rimanere ferma o accettare un’anestesia locale, in futuro potrebbe non comprendere ciò che sta accadendo oppure percepirlo come qualcosa di minaccioso», spiega il dottor Rea.
Anche l’igiene quotidiana può diventare un momento problematico: lo spazzolamento può provocare rifiuto o agitazione e procedure che normalmente richiederebbero poche sedute possono diventare molto più complesse.
«Nelle fasi avanzate, alcune cure possono richiedere strutture dedicate, sedazione o, in casi selezionati, anestesia generale, con un rapporto tra benefici e rischi completamente diverso rispetto a quello di un paziente collaborante».
Da qui l’importanza di anticipare i problemi, quando è ancora possibile farlo. «Ogni problema importante che riusciamo a risolvere nelle fasi iniziali è potenzialmente un problema molto più difficile che evitiamo negli anni successivi».
C’è poi un aspetto particolarmente delicato: il dolore. Un paziente con Alzheimer può avere un mal di denti anche importante senza riuscire a dire dove fa male o persino senza riuscire a comunicare che prova dolore.
«È probabilmente uno degli aspetti più delicati. Il paziente può avere mal di denti senza riuscire a dire “mi fa male questo dente”. Il dolore però non scompare: cambia il modo con cui viene espresso».
Per questo familiari e caregiver devono imparare a osservare anche quei segnali che, in una persona senza decadimento cognitivo, potrebbero sembrare secondari: il rifiuto improvviso di determinati alimenti, la tendenza a masticare da un solo lato, una smorfia durante la masticazione, il portarsi frequentemente la mano alla guancia.
Ma anche cambiamenti più generali possono avere un’origine orale: maggiore agitazione o irritabilità, disturbi del sonno, modificazioni apparentemente inspiegabili del comportamento.
«In una persona con Alzheimer, quindi, davanti a un cambiamento improvviso delle abitudini o del comportamento bisognerebbe ricordarsi anche della bocca. Non tutto ciò che appare come una conseguenza della demenza deriva necessariamente dalla demenza: a volte dietro c’è semplicemente un dente che fa male».
La prevenzione, dunque, non riguarda soltanto il lavoro dell’odontoiatra, ma anche la quotidianità. E dovrebbe cominciare quando la persona è ancora autonoma. «La prima cosa è creare una routine quando la persona è ancora autonoma: controlli odontoiatrici programmati con una frequenza stabilita in base al rischio individuale».
Con il tempo, il ruolo di familiari e caregiver diventa progressivamente più importante. All’inizio può essere sufficiente ricordare alla persona di lavarsi i denti; successivamente può essere necessario preparare lo spazzolino, accompagnarla durante l’igiene e, nelle fasi più avanzate, aiutarla direttamente.
Anche l’osservazione quotidiana può fornire indicazioni preziose. «Gengive che sanguinano, denti rotti, gonfiori, ulcere, difficoltà nella masticazione o protesi che improvvisamente non vengono più utilizzate meritano attenzione».
Il messaggio più importante, alla fine, è soprattutto quello della tempestività. Una diagnosi di Alzheimer dovrebbe portare a considerare anche la salute orale, proprio perché il tempo può rendere progressivamente più difficile intervenire.
«Non perché curare i denti possa arrestare la malattia neurologica- conclude l’esperto- ma perché una bocca sana, stabile e facile da mantenere può evitare in futuro dolore, infezioni e terapie complesse proprio nel momento in cui il paziente avrà maggiori difficoltà a comunicarli e ad affrontarle».



