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Sclerosi multipla, sessualità e gravidanza

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Sanihelp.it – Recentemente alcuni dei maggiori esperti nel campo della neurologia, della ginecologia e della psicologia si sono riuniti per parlare di sclerosi multipla e dell’impatto che la malattia può avere sulle donne in cura.

Infatti, «la sclerosi multipla rappresenta la prima causa di disabilità neurologica nella popolazione giovanile, che tocca da vicino sempre più donne, sempre più giovani» dichiara il professor Giancarlo Comi, Direttore del Centro Sclerosi Multipla Ospedale San Raffaele di Milano. In Italia sono oltre 50 mila i soggetti colpiti da sclerosi multipla, tra i 35 e i 54 anni, e il 63,8% appartiene al sesso femminile. «Sono quindi le donne, in particolare, ad avere più difficoltà nel convivere con questa patologia che spesso le costringe a rinunciare a progetti importanti, come quello di continuare a lavorare, vivere una normale vita di coppia, prendersi cura della famiglia o desiderare un figlio» continua l’esperto.

Pesante, in particolare, è l’interferenza della sclerosi multipla sulla vita sessuale, tanto più quanto è bassa l’età di insorgenza della malattia: Il sistema nervoso centrale e periferico è molto coinvolto in tutte le funzioni della risposta sessuale e questo spiega il ruolo di ostacolo della sclerosi multipla, che colpisce appunto il sistema nervoso. Secondo diversi studi, tra il 61 e il 73% delle donne con sclerosi multipla soffre anche di una disfunzione sessuale, il 60% riferisce una diminuzione della libido legata soprattutto alla depressione concomitante e il 40% rivela una difficoltà a raggiungere l’orgasmo dovuta al danno neurologico.

Migliore, soprattutto rispetto al passato, la questione figli. Se negli anni scorsi alle donne con sclerosi multipla era fortemente sconsigliata una gravidanza, oggi non è più così. « La gravidanza in pazienti con sclerosi multipla è assimilabile ad una terapia» afferma il professor Antonio Bertolotto, Direttore Neurologia 2 Centro Riferimento Regionale Sclerosi Multipla Ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano (TO). «Rappresenta un periodo di protezione per la donna, con una riduzione significativa del rischio di riacutizzazione della malattia». Inoltre sembra che non tutti i farmaci per la cura della malattia siano pericolosi per il nascituro: secondo un recente studio, infatti, il trattamento con interferone beta 1a non comporterebbe nessun rischio per la gravidanza e per il feto.

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