Sanihelp.it – In Italia ogni anno più di 71mila donne vengono colpite da un tumore della mammella o ginecologico. Le probabilità di guarigione sono fortunatamente aumentate: superano il 70% per il cancro del seno, per quelli al collo e al corpo dell’utero si attestano rispettivamente al 58% e al 69%, mentre per il carcinoma ovarico la percentuale scende al 32%, anche se stiamo assistendo ai primi miglioramenti.
Vi è quindi un numero crescente di pazienti che riescono a vivere dopo la malattia, ma devono affrontare una sfida emotiva importante. «La sconfitta definitiva di un tumore avviene se vi è davvero una cura a 360 gradi della donna e di tutti i suoi bisogni» sottolinea Gabriella Pravettoni, ordinaria di Psicologia presso il Dipartimento di Oncologia ed emato-oncologia (Dipo) dell’università Statale di Milano e direttrice della Divisione di Psiconcologia dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo).
È importate quindi considerare anche la sfera intima della donna. E solo negli ultimi anni si comincia realmente a guardare in quella direzione. «Trattiamo da molti anni il tema della qualità di vita della donna affetta da tumore, ma solo da poco tempo si è cominciato a studiare il tema della sessualità e della intimità anche nell’ambito della comunità Lgbtq+» aggiunge Alessandra Fabi, membro del direttivo nazionale di Aiom (Associazione italiana di oncologia medica). «Da un punto di vista strettamente clinico e terapeutico sono oggi disponibili nuovi strumenti per gestire alcune problematiche inerenti la sessualità, come per esempio la somministrazione di estrogeni a basse dosi a livello locale senza che vi siano interferenze con i trattamenti anti-tumorali e con il rischio di recidiva».
Ma ci sono ancora ostacoli da superare. I dati parlano chiaro: più del 40% delle pazienti vorrebbe ricevere assistenza e cura per risolvere i problemi sessuali secondari alla diagnosi e ai trattamenti oncologici, ma solo il 7% ha effettivamente richiesto un’assistenza specifica consultando gli specialisti.
E tra il chiederla e il riceverla emergono ulteriori ostacoli e pregiudizi. «Numerose ricerche scientifiche dimostrano come vi sia una probabilità significativamente inferiore, rispetto agli uomini, di ottenere un’adeguata assistenza» evidenzia Amalia Vetromile, responsabile progetto Sex and Cancer®. «I motivi di queste differenze sono soprattutto di natura culturale e talvolta il sesso – soprattutto al femminile – è ancora un tabù. Ė importante sensibilizzare i clinici a non sottovalutare un tema complesso, ma importante, come la sessualità. Inoltre, le terapie disponibili per la sindrome urogenitale nelle pazienti oncologiche – a differenza dei farmaci per la disfunzione erettile negli uomini – sono quasi tutte a pagamento e non erogate dal Servizio Sanitario Nazionale: quindi un diritto negato e una evidente discriminazione» .
Serve una nuova visione che unisca l’innovazione clinica a una maggiore attenzione alla qualità di vita e all’ascolto dei bisogni fisici, psicologici e sociali delle donne. «Come oncologi medici dobbiamo rafforzare il nostro impegno affinché sia sdoganato per sempre il tema sesso-cancro» aggiunge Fabi. L’oncologia medica necessita di nuove competenze integrate per migliorare la gestione complessiva delle pazienti.
E non basta un singolo specialista. «La gestione delle problematiche legate al sesso e alla sessualità deve essere multidisciplinare e vedere il coinvolgimento non solo dell’oncologo, ma anche dello psiconcologo, del ginecologo ed eventualmente anche del sessuologo. Strettamente collegata al sesso è anche l’immagine del corpo femminile che può risultare danneggiata dalla malattia e dalle terapie» conclude Pravettoni.



