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Laurea in medicina ad honorem per Carlo Verdone

Sanihelp.it – Carlo Verdone è dottore in Medicina e Chirurgia. Non si tratta di un nuovo ruolo cinematografico dopo quello del dietologo Tamburini in 7 chili in 7 giorni o del luminare della medicina Gastaldi in Si vive una volta sola. Per il regista e attore è arrivata una laurea ad honorem direttamente dall’Università di Bari perché «un approccio compassionevole e clinico, assieme alle sue capacità comunicative, lo ha reso testimonial competente e unico nella promozione della prevenzione».


Durante la cerimonia di conferimento, che si è svolta lo scorso 5 ottobre al Teatro Petruzzelli del capoluogo pugliese in occasione dell’inaugurazione del 127º Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia, è stato spiegato che Verdone è «probabilmente il maggior cultore pubblico e divulgatore delle abilità mediche non tecniche connesse alla pratica professionale».

Nelle motivazioni, l’ateneo spiega inoltre che l’attore rappresenta «un modello di Medicina clinica, ispirato ai suoi grandi maestri degli anni Cinquanta e Sessanta» fatta di ascolto e osservazione che oggi contrastano con il fai da te tecnologico. Verdone inoltre, visita regolarmente i pazienti di ogni età ricoverati nei reparti ospedalieri a più alta intensità assistenziale portando loro «quell’umano conforto e quella vicinanza che sono parte integrante e dovere vincolante dell’agire medico» e lo fa lontano dai riflettori ma per «sentimento personale della compassione per la sofferenza», conclude l’università di Bari.

La passione per la medicina di Verdone è cosa nota e gli è già valsa nell’agosto di sei anni fa l’iscrizione onoraria all’albo professionale dei farmacisti di Roma e, prima ancora, nel 2007, un laurea in medicina da lui scherzosamente definita «doloris causa» all’Università Federico II di Napoli. Proprio alla vigilia di quell’occasione ebbe modo di rivelare: «Da ragazzo ho sempre avuto una grande passione per la medicina. La mia casa era sempre frequentata da grandi medici, amici dei miei genitori. Mi colpiva la capacità diagnostica di questi medici vecchio stampo, quelli che un tempo erano i medici di famiglia che con pochi sguardi al paziente già tiravano fuori la diagnosi. Fui molto affascinato da queste figure ma ho deciso di non fare medicina perché ahimè sono terrorizzato dal sangue e dai cadaveri».

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