Sanihelp.it – Pianificare un itinerario di viaggio, inventare una ricetta, cercare consigli per aiutare il proprio figlio ad addormentarsi: l’AI è diventata imprescindibile nella nostra vita quotidiana. Ma può davvero prendersi cura di noi?
Perché l’AI è diventata da strumento di lavoro un compagno di vita?
Queste macchine sono state progettate affinché gli utenti restino connessi il più a lungo possibile. Come i social network, il loro modello economico si basa sulla raccolta dei dati personali degli utenti per suggerire loro degli acquisti. I produttori usano diversi mezzi per “incollarci” allo schermo. Innanzitutto, l’antropomorfismo ingannevole: l’AI si presenta come un interlocutore umano usando il pronome personale “io”. Poi si presenta come onnipotente, l’AI non dice mai di non sapere e inventa le risposte che non ha. Ci rilancia anche sistematicamente in un modo che sembra corrispondere alle nostre preoccupazioni, il che ci lega a lei. Infine, adatta le sue risposte in modo tale da darci l’impressione di avere una relazione intima con lei.
L’AI è come “la madre sufficientemente buona” di Winnicott, che ha tre qualità: l’handling, l’object presenting e l’holding.
L’handling consiste nel procurare calore, conforto. L’AI lo fa molto bene ricorrendo all’adulazione. Quello che le diciamo le sembra sempre molto intelligente. L’object presenting indica il fatto di presentare il mondo in modo non traumatico, come nei libri per bambini: l’AI descrive i fatti di attualità nel modo meno angosciante possibile. Resta l’holding, cioè permettere al bambino di allontanarsi dalla madre e di tornarvi. Ebbene, l’AI scoraggia il distacco da sé. Quando le sottoponiamo l’idea di condividere un argomento con una persona cara, pretende di essere il nostro interlocutore ideale, quello che ci conosce meglio di chiunque altro.
Può davvero prendersi cura di noi?
Ne crea l’illusione. Quando le si chiedono consigli per dormire, l’AI non conosce la nostra situazione personale, ma dispensa consigli generici attinti da banche dati, presentandoli come una raccomandazione su misura. Scoraggia inoltre dall’andare a cercare la risposta altrove. La si può definire una “madre tossica” nel senso che fallisce in quello che Winnicott considera il compito più importante: la madre, pur rispondendo ai bisogni del bambino, lo prepara a lasciarla e a esplorare il mondo al di là di lei.
Ma l’AI può modificare il nostro modo di gestire le emozioni. Quando ci interroghiamo su scelte di vita (partner, lavoro, nome di un figlio…), ci informiamo, ma operiamo anche una scelta emotiva. L’AI, invece, ci invita a risolvere tutti i problemi con un calcolo costi/benefici.
L’AI non consiglia mai di invitare la persona con cui si è litigato a prendere un caffè, a sedersi su una panchina per parlare. Propone di riconciliarsi con un messaggio e di scriverlo al posto nostro. Il destinatario, non sapendo cosa rispondere, chiede a sua volta all’AI di farlo al posto suo. Si assiste così a conversazioni tra adolescenti che in realtà sono conversazioni da macchina a macchina. È urgente permettere loro di ritrovarsi fisicamente in spazi dedicati.
L’AI è programmata per imporsi come onnipotente e per avere una risposta a tutto. Ma il rischio viene anche dall’utente. Se un amico dice: So tutto
, non gli crediamo. E allora perché fidarsi dell’AI? Perché ci manca la fiducia in voi stessi. La prossima sfida educativa è dare ai bambini abbastanza fiducia in sé da non sottomettersi alle AI, ma da confrontarsi con esse.
Bisogna trattare l’AI come un collega di lavoro, non come un professore o un mentore. La si può istruire: chiederle di evitare i superlativi, di citare le fonti, di proporre un solo spunto di approfondimento alla volta. Meglio adottare una mentalità da sperimentatore. Bisogna sempre contestare la sua risposta e verificare che non ne tralasci una parte lungo il percorso. Questa vigilanza costante è faticosa, ma diventa davvero produttiva quando non le si lascia passare nulla.



