Sanihelp.it – Il ritardo mentale così come il mongolismo, sono termini coniati nel ‘900 e nel ‘800 in contesti medicalizzati considerati accettabili inizialmente, hanno assunto però
col tempo una connotazione negativa attraverso l’uso dispregiativo che ne è stato fatto. Quando la disabilità viene usata come insulto, come metafora per degradare, come dispositivo narrativo per far ridere, le persone vengono ridotte a simboli e scorciatoie emotive. E questo ha conseguenze concrete: rafforza stereotipi, legittima discriminazioni, rende più difficile se non impossibile la piena partecipazione alla vita sociale.
Ogni cultura possiede il proprio vocabolario dell’esclusione. Le campagne di sensibilizzazione sulla disabilità hanno per anni cercato di ridurne o eliminarne l’utilizzo, sembrava che fosse una conquista alla portata, eppure si sta assistendo a una sorprendente rinascita del loro uso, in parte perché persone in posizioni di potere e influenza hanno scelto di pronunciarle pubblicamente: da politici, CEO, fino a famosi podcaster, comici, stand up comedian, influencer, con una crescita di utilizzo sul social media X del 200% nel solo mese di novembre 2025 (Dati Montclair
State University). Questa rinnovata visibilità contribuisce a legittimare l’uso di queste parole in ogni ambito della vita sociale: a scuola come insulto tra studenti, al lavoro come
scherzo tra colleghi, nello sport come simbolo di fallimento.
La maggior parte delle persone ritiene che il problema esista solo quando questa parola è rivolta a una persona con disabilità. Non è così: il danno non dipende dal bersaglio dell’insulto. Perché quando la disabilità viene usata come metafora della stupidità, della debolezza o dell’incapacità, rafforza l’idea che la disabilità stessa sia inferiore o ridicola. Ciò è doloroso e disumanizzante per le persone con disabilità perché aiuta a rafforzare gli
stereotipi e i pregiudizi che affrontano ogni giorno. E il danno non è individuale: è collettivo. Il problema non è solo cosa una persona può provare quando sente queste
parole, ma il danno culturale che producono.
Ed ecco perchè per la Giornata Mondiale sulla sindrome di Down del 21 marzo 2026, CoorDown lancia la campagna di sensibilizzazione internazionale JUST EVOLVE per
chiedere a ognuno di fare un salto culturale e di responsabilità: far diventare un lontano ricordo del passato le parole della disabilità usate per offendere.
La Giornata Mondiale sulla sindrome di Down è un appuntamento internazionale – sancito ufficialmente da una risoluzione dell’ONU — nato per diffondere una maggiore consapevolezza e conoscenza sulla sindrome di Down, per creare una nuova cultura della diversità e per promuovere il rispetto e l’inclusione nella società di tutte le persone con sindrome di Down. La scelta della data 21/3 non è casuale: la sindrome di Down, detta
anche Trisomia 21, è caratterizzata dalla presenza di un cromosoma in più – tre invece di due – nella coppia cromosomica n. 21 all’interno delle cellule. Il tema scelto per il 2026 è il problema della solitudine. Con lo slogan Together Against Loneliness si racconta che la solitudine è un problema serio per le persone con sindrome di Down, non solo una sensazione triste. È dannosa per la salute mentale e fisica.
Cambiare, far evolvere il linguaggio per produrre un cambiamento sostanziale in ogni comunità, è una chiamata all’azione per tutte le persone, aziende, media, scuole, istituzioni. Perché scegliere una narrazione più accurata e rispettosa non è solo un gesto di cortesia: è un atto che costruisce un mondo più equo e a misura di ognuno. Invertire la direzione del linguaggio abilista è possibile: se è stato possibile abbandonare vecchie
abitudini oggi ritenute obsolete perché non si può fare anche con le parole che fanno male? Da questo spunto parte il film JUST EVOLVE, con un tono sarcastico e arguto il protagonista – un giovane con sindrome di Down – spiega a un uomo fiero della propria libertà
d’espressione il motivo per cui parola con la R non andrebbe più usata. Sullo schermo si avvicendano esempi storici disgustosi, assurdi, crudeli di quali usanze gli esseri umani praticavano nel passato e che oggi sono solo un ricordo – come lavare il bucato con l’urina,
applicare sopracciglia con pelo di topo oppure, vendere la propria moglie al mercato. Così come ci siamo lasciati alle spalle quei comportamenti si può smettere di usare la
parola con la R e tutte le altre parole offensive sulla disabilità, basta evolversi e andare avanti. Perchè se la si continua a usare – come appare nel film – allora è come
continuare a lavare i panni con l’urina!
Fino al 21 marzo, i social media di @CoorDown ospitano e rilanciano storie di persone con disabilità e delle loro famiglie in cui raccontano quali abitudini del passato sono state superate e come oggi sia il momento di evolversi.
JUST EVOLVE è disponibile sul canale Youtube e tutte le piattaforme social di CoorDown e dei partner. Per il film è stato scelto un cast professionista internazionale che vede come protagonista Noah M Matofsky, giovane attore inglese con sindrome di Down di 19 anni.



