HomeSalute BenessereTumoriLeucemia mieloide cronica: guarire si può

Leucemia mieloide cronica: guarire si può

Sanihelp.it – La leucemia mieloide cronica (LMC) è una malattia che si sviluppa nel midollo osseo, il tessuto spugnoso contenuto all’interno delle ossa lunghe e di alcune ossa piatte, dove originano cellule immature, le cellule staminali, da cui si sviluppano le cellule che costituiscono la parte corpuscolata del sangue, i globuli rossi o eritrociti, i globuli bianchi o leucociti e le piastrine. Se nel percorso che porta le cellule staminali a diventare adulte subentrano errori e mutazioni, può avvenire una trasformazione maligna che dà origine alla leucemia mieloide cronica.


La LMC si chiama cronica proprio perché progredisce lentamente. È una malattia che compare soprattutto nell’età avanzata: meno del 30% dei casi, infatti, è diagnosticato prima dei 60 anni. Nella fase iniziale la LMC di solito non dà sintomi evidenti e spesso è diagnosticata casualmente nel corso di accertamenti eseguiti per altri motivi.

In seguito, si possono osservare stanchezza persistente, astenia, sudorazione notturna, infezioni frequenti, perdita di peso non voluta, senso di sazietà precoce mentre si mangia e, meno comunemente, gonfiore non doloroso dei linfonodi del collo e delle ascelle. A volte la leucemia mieloide cronica può anche generare un ingrossamento della milza.

Ormai da diversi anni il trattamento standard per la leucemia mieloide cronica è rappresentato dai cosiddetti farmaci a bersaglio molecolare, gli inibitori delle tirosin-chinasi, il cui capostipite è l’imatinib, che viene assunto per via orale e dà pochi effetti indesiderati, riuscendo così a tenere sotto controllo la

malattia.  Oggi ci sono diversi farmaci appartenenti a questa classe terapeutica: in Italia ne sono attualmente disponibili alcuni rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale, ma altri sono allo studio.  Tra i farmaci di seconda generazione ricordiamo dasatinib, nilotinib e bosutinib e tra quelli di terza generazione ponatinib.

Gli studi attualmente disponibili indicano che circa il 30% dei malati in base alla risposta alla terapia potrebbe essere candidato alla sospensione della cura e, tra questi, oltre il 60-65% riesce a mantenere una remissione stabile senza necessità di riprendere il trattamento. L’interruzione della cura si stabilisce caso per caso.

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