Sanihelp.it – Nonostante l’Italia sia tra i primi cinque Paesi europei per la gestione dell’infarto nella fase acuta, i dati più recenti evidenziano un vero e proprio paradosso italiano: eccellenza nelle reti di emergenza e nelle angioplastiche primarie, ma minore efficacia nella prevenzione secondaria rispetto ai Paesi del Nord Europa.
A pesare è soprattutto il mancato raggiungimento di valori bassi di colesterolo LDL come da linee guida e l’interruzione precoce delle terapie, un fattore che contribuisce in modo determinante all’aumento della mortalità a un anno.
In Italia, circa 47.000 decessi ogni anno sono attribuibili al mancato controllo del colesterolo. Conoscere e monitorare i propri livelli di colesterolo nel sangue, in particolare il colesterolo LDL, è quindi fondamentale per prevenire gravi problemi di salute, soprattutto per le persone con diabete o con una storia di malattia cardiovascolare precedente.
Per rispondere a questa esigenza è nato il primo modello italiano Clear Pathway, sviluppato in Piemonte e Valle d’Aosta, che punta a colmare il divario tra linee guida e pratica clinica e a migliorare concretamente la prevenzione degli eventi cardiovascolari maggiori, offrendo un percorso strutturato e replicabile anche in altre regioni del Paese.
Il progetto, recentemente pubblicato sul Giornale Italiano di Cardiologia, è stato coordinato da Giuseppe Musumeci, Giuseppe Patti e Ferdinando Varbella, responsabili scientifici di Change in Cardiology, il congresso nazionale sulle malattie cardiovascolari che si è svolto a Torino dal 9 all’11 aprile, insieme a Federico Nardi, incoming president dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO).
Il modello Clear Pathway, già avviato nelle due regioni, punta ora a un’estensione nazionale, coinvolgendo progressivamente altre regioni, tra cui la Liguria sotto la direzione di Italo Porto, altro responsabile scientifico del congresso. L’obiettivo è costruire percorsi assistenziali più efficaci e sostenibili, capaci di incidere concretamente sulla riduzione degli eventi cardiovascolari e sulla tenuta del sistema sanitario.
L’iniziativa ha coinvolto 34 cardiologi ospedalieri di 26 strutture tra Piemonte e Valle d’Aosta, portando alla definizione di 20 statement condivisi su tre aree chiave: strategie di combinazione orale e formulazioni a dose fissa, uso della distanza dal target di colesterolo LDL come guida alle decisioni terapeutiche e personalizzazione del trattamento in base a specifici profili clinici.
Il razionale è chiaro: fino al 50% degli infarti colpisce persone senza precedenti eventi cardiovascolari e il controllo del colesterolo LDL resta uno dei pilastri fondamentali della prevenzione. In questo scenario, le nuove opzioni terapeutiche assumono un ruolo strategico. In particolare, un nuovo farmaco orale, l’acido bempedoico, risulta sempre più efficace nella gestione dei pazienti ad alto e molto alto rischio cardiovascolare. Somministrato in combinazione orale con statine ed ezetimibe, favorisce il raggiungimento dei target di colesterolo LDL, riduce gli eventi cardiovascolari ed è ben tollerato.
Tale esperienza, fondamentale nel sottolineare i benefici della creazione di reti inter-ospedaliere per la gestione condivisa di pazienti a rischio molto elevato, trova conferma nelle indicazioni delle ultime linee guida europee 2025 sulle dislipidemie. Le raccomandazioni indicano, per questa tipologia di pazienti, una riduzione ≥50% dei valori di C-LDL e un target <55 mg/dL, con l’avvio di una terapia di combinazione anche in chi non era precedentemente trattato. Questo approccio può essere attuato tramite una triplice terapia con statine, ezetimibe e acido bempedoico, oppure un farmaco iniettivo, come gli inibitori PCSK9 (evolocumab, alirocumab o inclisiran), modulata in base alla distanza dal target di C-LDL.
Accanto ai fattori di rischio tradizionali, è recentemente emerso il ruolo della lipoproteina(a), determinata geneticamente e associata a un aumento significativo del rischio di infarto, ictus e stenosi aortica. Il suo dosaggio, raccomandato almeno una volta nella vita, consente di identificare precocemente i soggetti a rischio, mentre nuove terapie mirate sono in fase di sviluppo.
Un ulteriore elemento che rafforza la centralità della prevenzione cardiovascolare è il legame con altre patologie croniche: i pazienti con diabete hanno un rischio più che doppio di eventi cardiovascolari, mentre chi soffre di cardiopatie presenta una probabilità da due a tre volte maggiore di sviluppare alterazioni cerebrali associate all’Alzheimer. Si stima inoltre che fino al 45% dei casi di demenza sia legato a fattori di rischio cardiovascolare modificabili. In Italia, le malattie cardiovascolari rappresentano ancora oggi la prima causa di morte, con circa 230.000 decessi l’anno, pari al 30,8% del totale, come riportato dall’Istituto Superiore di Sanità nel Report epidemiologico ISTISAN 2025.
«Il vero problema oggi non è più solo l’infarto in sé, ma ciò che accade dopo– spiegano i responsabili scientifici del congresso. – Abbiamo costruito un sistema tra i più efficaci al mondo per gestire l’emergenza, ma perdiamo terreno nella fase successiva. L’aderenza terapeutica è uno dei punti critici su cui intervenire, ed è qui che modelli come il Clear Pathway possono fare la differenza, trasformando le linee guida in pratica clinica reale».
«Intervenire sui fattori di rischio cardiovascolare significa oggi prevenire un’ampia quota di malattie croniche, dal diabete al declino cognitivo. La cardiologia è sempre più al centro di una visione integrata della salute» aggiungono.
I quattro centri che hanno organizzato il Congresso (AO Mauriziano di Torino, Ospedale di Rivoli ASL TO3, AOU Maggiore della Carità di Novara e il Policlinico San Martino di Genova) hanno evidenziato, tra le altre principali novità, la crescente attenzione per l’introduzione in Italia di nuove terapie per le cardiomiopatie.



