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Non sono solo polpette

Sanihelp.it –Non sono solo polpette, storie dalle quali non ho imparato a cucinare è il primo libro di Manuela Fomiatti, pubblicato da Stocazzo Editore.


Il libro parte da una riflessione importante: ci hanno insegnato che bisogna vivere il presente, imparare a stare da soli, volersi bene, lasciare andare, riconoscere le relazioni sane, ascoltare le proprie emozioni e possibilmente non rispondere a un messaggio importante sotto l’effetto dell’ansia.

Tutto giusto: ma poi arriva la vita e con lei arrivano amori che sembrano quelli giusti e altri che decisamente non lo sono, messaggi riletti troppe volte, aspettative, partenze, ritorni, solitudini, paure, comfort food, amici, sedute di terapia, relazioni che finiscono e altre che forse non sono mai davvero cominciate.

E quella straordinaria capacità che abbiamo di trasformare ciò che accade in un film mentale del quale siamo contemporaneamente protagonisti, sceneggiatori e spettatori.

«La prima cosa da chiarire è che sì, Stocazzo Editore esiste davvero. Non me lo sono inventato io – scherza Manuela Fomiatti – L’ho conosciuto quest’anno al Salone del Libro di Torino e probabilmente già questo incontro racconta abbastanza bene come è nato tutto. Mi piaceva l’idea che un libro che parla di amore, ansia, solitudine, paura e di tutte quelle cose tremendamente serie che chiamiamo emozioni potesse farlo senza diventare tremendamente serio. In questo, credo, ci siamo trovati subito».

 Un titolo volutamente spiazzante per un libro che utilizza il cibo come linguaggio per parlare di tutt’altro.

Perché le polpette, per Fomiatti, sono molto più di un piatto: sono la metafora dell’amore; ingredienti diversi che si amalgamano, ricette che cambiano da famiglia a famiglia, tentativi che qualche volta riescono e qualche volta no, e soprattutto tempo e pazienza.


«Dietro qualcosa di apparentemente semplice può nascondersi un mondo intero. E forse vale lo stesso per noi» prosegue l’autrice.

 Il libro è diviso in sei capitoli, leggibili anche separatamente, Non sono solo polpette procede come procedono i pensieri: avanti, indietro, attraverso ricordi, salti temporali e associazioni. Le storie ci sono, naturalmente, ma non sono davvero il centro. Sono lo spazio nel quale prendono forma le emozioni.

 C’è l’amore sano che, proprio perché non fa male, rischia di sembrarci meno amore. C’è la parte razionale che invita ad aspettare e quella emotiva che reclama tutto e subito. C’è la paura di stare bene, perché quando per troppo tempo si è associata l’intensità al caos, persino la tranquillità può sembrare sospetta. Nel libro queste parti diventano persino personaggi: la direttrice del dipartimento decisioni sensate e la CEO del caos emozionale.

 C’è poi la solitudine, raccontata come una fame che sembra non saziarsi mai. Ci sono il cibo e le relazioni utilizzati per provare a riempire un vuoto. E c’è la consapevolezza, arrivata dopo, di avere attraversato per anni un rapporto complicato anche con sé stessa.

C’è una domanda che attraversa tutto il libro: quanto tempo passiamo ad aspettare di essere felici invece di accorgerci che, nel frattempo, stiamo già vivendo?

Cadute, ripartenze, cuori infranti, porte chiuse e portoni aperti, lacrime, risate, viaggi, lavoro, perdite, inizi e fini diventano così la materia di una scoperta apparentemente semplicissima: vivere il presente significa esserci. Anche quando ci siamo male.

 Ed è forse qui che il titolo smette definitivamente di essere soltanto una battuta.

Nel libro il lessico della cucina diventa un modo sorprendentemente efficace per raccontare ciò per cui non esistono ricette.

 Le emozioni, scrive Fomiatti, assomigliano più ai ceci che alla pasta: hanno bisogno di stare “in ammollo”. Qualche volta per una notte, altre per giorni, mesi o anni. Hanno bisogno di conversazioni con gli amici, pagine scritte, monologhi, terapia. Alcune si ammorbidiscono, altre restano ostinatamente dure.

È questa una delle intuizioni che attraversano il libro: non tutto deve essere risolto immediatamente.

 Non ogni relazione deve necessariamente trasformarsi in una lezione perfettamente confezionata. Non ogni dolore ha una scadenza. Non tutto ciò che finisce è stato inutile. E persino una storia riletta a distanza di anni può assumere un significato completamente diverso.

Alla fine, rimangono le persone incontrate, quello che hanno lasciato e ciò che siamo diventati anche grazie – o nonostante – loro. E rimaniamo noi, con le nostre valigie emotive, spesso così impegnati a guardare dentro la nostra da dimenticarci che anche chi abbiamo davanti ne porta una. È una delle consapevolezze alle quali Fomiatti arriva nelle ultime pagine: imparare a scegliersi e a bastarsi non significa diventare impermeabili agli altri, ma provare a guardare anche dentro le loro fragilità.

 Fomiatti non costruisce un’autobiografia tradizionale e lo dichiara apertamente. Personaggi e situazioni possono essere veri oppure no, episodi possono essere stati uniti e la narrazione può essersi presa delle libertà.

Ciò che è autentico è la trama emotiva.

La scrittura diventa così il tentativo di tracciare un filo tra emozioni ingarbugliate, dando titoli e sottotitoli a ciò che prima appariva soltanto come confusione.

Ed è proprio questa scelta a dare al libro la sua voce: confessionale senza essere solenne, sentimentale senza diventare melensa, capace di passare da una ferita emotiva a una battuta e poi tornare indietro, come spesso accade nella vita vera.

 Perché crescere, suggeriscono queste pagine, non significa semplicemente diventare più grandi. Significa avere il coraggio di andare più in profondità e capire da dove arrivano certe paure, certe reazioni e quel dolore alla bocca dello stomaco che compare quando qualcosa non va.

E alla fine neppure questo percorso consegna una formula definitiva.

Le emozioni rimangono lì. Alcune affiorano subito, altre hanno bisogno di molto più tempo.

E va bene così. Perché esiste un tempo giusto per digerirle e qualche volta quel tempo non è adesso.

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