Sanihelp.it – «Ciao sono Elena Di Cioccio, ho 48 anni e da 21 sono sieropositiva. Ho l'Hiv, cioè sono una di quelle con l'alone viola» ha cominciato così il suo monologo a Le Iene lei che proprio in questo programma ha esordito nel 2005. Una rivelazione in piena regola, che ha anticipato l’uscita in libreria, prevista per oggi 4 aprile, di Cattivo Sangue (edito da Vallardi), il suo primo libro, autobiografico.
«Era l’11 febbraio 2002 quando ho saputo dagli esami del sangue, che facevo ogni sei-otto mesi, compreso il test per l’Hiv, che ero infetta. Era sconcertante perché all’epoca ero un’integralista, temevo le malattie a trasmissione sessuale e mi proteggevo. Avevo convinto anche il mio nuovo fidanzato a fare il test. Peccato che tra l’ultimo esito negativo e quel ragazzo qualcosa è andato storto» ha spiegato in una intervista a Vanity Fair rilasciata nei giorni del monologo. Una diagnosi che, come ha sottolineato nel monologo, le ha completamente stravolto la vita. «All'inizio ho avuto paura di morire e poi di poter fare del male al mio prossimo. E se contagi qualcuno mi dicevo? Io non me lo perdonerei mai».
Non è mai successo: non ha contagiato nessuno e non è morta, anche perché si è sottoposta e continua a sottoporsi alle terapie antiretrovirali, con successo, almeno sotto il profilo strettamente medico. «In questi 21 anni, mentre le terapie mi consentivano via via di vivere una vita sempre più normale, a uccidermi è stata una smisurata vergogna di me stessa. Ho vissuto la malattia come se fosse una colpa. Pensavo che tra me e l’altro, la persona peggiore fossi sempre io. Mi sentivo sporca, difettosa, avevo timore di essere derisa, insultata, squalificata dal pregiudizio che ancora esiste nei confronti di noi sieropositivi. Così per difendermi ho nascosto la mia malattia iniziando a vivere una doppia vita. Una sotto le luci della ribalta e un’altra distruttiva e depressa».
La molla del cambiamento, come lo ha definito lei stessa, è stata il suicidio della madre, avvenuto nel 2016. «Una vita a metà non è una vita e ho capito che ne sarei morta se non avessi fatto pace con quella parte di me. Io sono tante cose e sono anche la mia malattia. Oggi sono fiera di me, non mi vergogno più e l’HIV è molto diverso da come ve lo immaginate. Io non sono pericolosa. Sono negativizzata e finché mi curo io non posso infettare nessuno. Potete toccarmi, abbracciarmi, baciarmi e tutto il resto. Se volete continuare ad avere paura, io lo accetto, però girate lo sguardo verso il vostro vero nemico, l'ignoranza».
E guarda avanti: ora che non deve più nascondere gli antiretrovirali dietro l’insalata, in frigorifero (come ha faceva quando la malattia era un segreto per i più), vorrebbe passare alla terapia iniettiva che potrebbe consentirle di evitare l’assunzione quotidiana di pillole.


