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Tetraplegico muove mano grazie a microchip nel cervello

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Pubblicato il: 26-06-2014
Sanihelp.it - Per la prima volta nella storia, un tetraplegico può muovere la mano utilizzando semplicemente il pensiero.

La collaborazione tra l’Ohio State University Wexner Medical Center e Battelle, compagnia no-profit specializzata nello sviluppo tecnologico e nella ricerca scientifica, ha infatti presentato nel corso di una conferenza stampa i risultati raggiunti dal primo dei cinque partecipanti allo studio clinico in corso.

Ian Burkhart, ventitreenne di Dublino, è il primo paziente ad utilizzare Neurobridge, un microchip neurale elettronico per pazienti con lesioni del midollo spinale, in grado di collegare il cervello direttamente ai muscoli e permettere quindi il controllo volontario degli arti paralizzati.

«Neurobridge è molto simile a un bypass al cuore, ma invece di creare un ponte che permetta al sangue di aggirare l’ostacolo, sono i segnali elettrici ad essere aggirati – spiega il dottor Chad Bouton, coordinatore della ricerca presso Battelle – Partendo dal cervello infatti, si saltano le lesioni che ostacolano la trasmissione del segnale e ci si collega direttamente ai muscoli».

Burkhart, che era rimasto paralizzato quattro anni fa durante un incidente subacqueo, ha avuto l'opportunità di partecipare a sei mesi di studio clinico, con la prospettiva di un possibile rimedio alle disfunzioni causate dalle lesioni al midollo spinale.

«Questo studio clinico ha suscitato da subito il mio interesse – afferma Burkhart – E da questa esperienza ho imparato una cosa importante: non è affatto d’aiuto il sedersi e lamentarsi della propria condizione, bisogna invece tirarsi su le maniche, cercare di fare il possibile e andare avanti con la propria vita».

Su questa tecnologia si è lavorato per quasi un decennio: la prima sperimentazione pratica è stata quindi attuata due mesi fa, quando durante un intervento chirurgico di tre ore, gli scienziati hanno impiantato un micro-chip sulla corteccia motoria del cervello di Burkhart.

Grazie agli algoritmi che apprendono e decodificano l’attività cerebrale, il minuscolo chip è ora in grado di interpretare i segnali del cervello e inviarli ad un computer che li ricodifica: i segnali vengono quindi inviati all'elettrodo ad alta definizione collegato ai muscoli del paziente, che ne stimola il movimento. Nel giro di un decimo di secondo, i pensieri di Burkhart si traducono in azioni.

«Il fatto che io sia così giovane è sicuramente un gran vantaggio per me – conclude fiducioso il ventitreenne – I progressi della scienza e della tecnologia sono in rapida crescita e nel prossimo futuro continueranno solamente a migliorare e ad aumentare».


FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
The Ohio State University Wexner Medical Center

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