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DolceeGabbana finanziano uno studio sul Coronavirus

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Pubblicato il: 18-02-2020

La coppia di stilisti ha fatto un'importante donazione a Humanitas University per sostenere uno studio che vuole chiarire le risposte del sistema immunitario al nuovo Coronavirus.


DolceeGabbana finanziano uno studio sul Coronavirus © rete

Sanihelp.itDolce & Gabbana hanno messo mano al portafoglio per fare un’importante donazione per la ricerca sul Coronavirus. Per la precisione finanziano  uno studio coordinato dal professor Alberto Mantovani, Direttore Scientifico di Humanitas e Professore Emerito di Humanitas University, e mirato a chiarire le risposte del sistema immunitario al Coronavirus SARS-CoV-2. L’obiettivo è porre le basi per la messa a punto di interventi diagnostici e terapeutici, contribuendo alla risoluzione di un problema globale.

La coppia di stilisti, che già sostiene Humanitas University anche attraverso borse di studio agli studenti di MedTec Schoo (l’innovativo corso di Laurea che potenzia le competenze mediche con approcci tecnologici dell’Ingegneria, in collaborazione con il Politecnico di Milano) ha spiegato così la propria scelta: «Sentivamo di dovere fare qualcosa per combattere questo devastante virus che, a partire dalla Cina, sta colpendo l’umanità intera. In questi casi è importante fare la scelta giusta. È per questo motivo che abbiamo pensato che Humanitas University fosse l’interlocutore ideale: una realtà speciale per eccellenza e umanità, con la quale abbiamo già collaborato per un progetto di borse di studio.  Di fronte a queste tragedie dalle dimensioni così vaste, ogni azione può sembrare poco rilevante. Ma quando il professor Mantovani ci ha raccontato la favola africana che narra di un colibrì, che mentre tutti gli altri animali fuggono a causa di un incendio divampato nella foresta vola nella direzione opposta continuando a portare l’acqua per cercare di spegnere l’incendio, abbiamo capito che comunque valeva la pena fare qualcosa. Anche un gesto piccolissimo può avere un significato enorme. Supportare la ricerca scientifica è per noi un dovere morale, speriamo che il nostro contributo possa essere d’aiuto per risolvere questo drammatico problema».

Il professor Mantovani da anni focalizza i propri studi sui meccanismi di funzionamento dell’immunità innata, la nostra prima linea di difesa contro le infezioni causate ad esempio da virus e batteri, della quale ha contribuito a scoprire nuove molecole e funzioni: fra queste la famiglia delle pentrassine lunghe, identificata all’inizio degli anni ’90. «Questi antenati funzionali degli anticorpi, fra cui PTX3 hanno un ruolo essenziale nella resistenza a diverse classi di virus e altri patogeni, da quelli più comuni come l’influenza a citomegalovirus e funghi. Prodotti dal nostro organismo in risposta a un’infezione, riconoscono alcune classi di nemici che entrano in contatto con il nostro corpo e ne facilitano l’eliminazione, segnalandoli ai soldati del sistema immunitario incaricati di affrontarli e distruggerli» spiega il professore. «La sfida, ora, sarà vedere se queste molecole di difesa presenti nei liquidi biologici (fra cui il sangue) sono in grado di riconoscere il coronavirus SARS-CoV-2 e di svolgere un ruolo di difesa dall’infezione».

Lo studio mette a fattor comune, e al servizio della salute di tutti, le competenze sul sistema immunitario del team guidato dal professor Mantovani e dalla professoressa Cecilia Garlanda di Humanitas University e quelle sui virus della professoressa Elisa Vicenzi e del professor Massimo Clementi, virologi dell’Università Vita-Salute San Raffaele, che per primi in Italia hanno isolato il patogeno responsabile della SARS. «La capacità di alcuni soggetti infettati di guarire più rapidamente o avere un’infezione meno aggressiva può dipendere da diversi fattori, inclusa la risposta innata che contribuisce a bloccare l’invasione dei virus nelle cellule o a fermare la moltiplicazione virale precocemente dopo l’infezione» spiegano i due virologi. «Da qui l’idea di testare le molecole dell’immunità innata per verificare la loro attività antivirale e capire in che modo interagiscano con SARS-CoV-2, chiarendo ad esempio se interferiscano con la risposta delle cellule infettate dal virus, con meccanismi anche inaspettati. Questo potrebbe aprire le porte alla messa a punto di strategie utili per i pazienti»



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comunicato stampa

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